La vita ai tempi di Google. Esiste il diritto all'oblio?
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Di Giuseppe Morello
L'Authority per la privacy come il Grande Fratelllo orwelliano, capace di riscrivere la storia cancellando i particolari più sgradevoli. L'idea di cancellare i nomi di persona negli articoli di archivio dei giornali online è figlia di un'ossessione per la privacy che rasenta i livelli di ridicolo delle culture anglosassoni, tormentate da un'idea terroristica della privacy e del politically correct.
Il principio introdotto dall'Authority non è neutro ed è sintomo di una cultura in cui la privacy (totem ideologico degli ultimi anni) viene interpretata nella sua versione più restrittiva e fanatica, in cui verità e realismo soccombono di fronte al bisogno ideologico di tutelare il privato delle persone anche retroattivamente. Il principio introdotto dalla Authority stabilisce il diritto all'oblio, il diritto per cui chi ha commesso atti non proprio lodevoli ha il diritto che l'opinione pubblica dimentichi le sue gesta.
Se qualcuno ha commesso qualcosa di spiacevole, i giornali su Internet non hanno il diritto di farlo sapere, di conservarne traccia, di conservarne memoria. Non so se questo provvedimento contrasti con il principio del diritto di cronaca (che così sembra abolito per quanto riguarda il passato). Ma la decisione di omettere i dati del passato, introduce comunque il principio per cui "chi ha avut', ha avut', chi ha dato ha dato, scurdammece o' passato", secondo il quale tutti hanno il diritto di omettere il loro pregresso, ed essere giudicati solo sul qui ed ora, come se l'identà degli individui fosse solo un dato sincronico e mai diacronico, l'istante prevalente sulla storia, togliendo spessore cronologico alle esistenze umane, accessibili alla cronaca ma tabù per la storia.
Peccato che Internet e i suoi archivi esistano proprio come memoria del passato. Quello dell'Authority è utopismo liberale che degenera nel peggiore illiberalismo.



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