Soldi pubblici, figli e figliastri
C’è qualcosa che stona nel decreto Milleproroghe in via di approvazione. La “stecca” riguarda la ripartizione dei fondi per cultura e editoria. Il decreto dovrebbe prevedere alla fine altri 30 milioni di euro per l’editoria (leggi: finanziamento ai giornali) e altri 15 milioni per tv e radio locali. Per aiutare il cinema invece il decreto prevede sì nuovi fondi, ma ricavandoli dall’aumento di un euro del biglietto.
Qualcosa non quadra. Già da tempo noi (e molti altri) facciamo notare quanto assurdi e anacronistici siano i finanziamenti ai giornali. C’è stata un’epoca in cui avevano senso, perché era necessario sostenere la diffusione dei giornali, specie quelli non retti da grandi gruppi, per far crescere un’opinione pubblica matura e plurale in un momento storico in cui i media scarseggiavano, ma oggi quei fondi sono solo un regalo, fatto per altro in larga parte a gruppi editoriali forti e che a fine anno staccano pure dividendi per gli azionisti. Perché la collettività deve pagare il rischio di impresa degli Angelucci, per dire, per poi scoprire (vedi articolo su Affaritaliani.it) che non avevano nemmeno le carte in regola?
E perché i giornali ricevono tali regalie e il cinema deve trovare i suoi fondi dal suo stesso settore (la tassa sul biglietto)? Perché analogamente non chiedere ai giornali di aumentare il prezzo di copertina?
Se poi a questa sperequazione aggiungiamo il fatto che pur essendo colossi Corriere e Repubblica incassano soldi dallo Stato, mentre un giornale web come il nostro (e come altri) non prende un euro, si capisce che non di aiuti si tratta ma di regali selettivi.
Perché questo? È ovvio: le capacità di pressione dei gruppi editoriali è infinitamente superiore a quella del mondo web e del cinema. Non ci sono altri segreti.



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