Meocci ad Affari: "Ballarò? Decide la direzione. La Rai? Il vero problema è il ritardo tecnologico"

Martedì, 15 settembre 2009 - 10:00:00

di Francesco Oggiano

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Alfredo Meocci

"Un avvenimento di questo tipo può richiedere qualche modifica al palinsesto. E' la direzione a decidere". Equilibrato come sempre, nella polemica sullo spostamento di Ballarò a favore dello speciale di Porta a Porta sulla consegna della prime case agli sfollati abruzzesi dice la sua anche Alfredo Meocci

Tre anni dopo le sue dimissioni, l'ex direttore generale della tv di Stato sceglie Affaritaliani.it per inseririsi nella discussione sul futuro della tv italiana e non solo.

Classe 1953, laurea in pedagogia in tasca e giornalismo nel cuore, entra in Rai nel 1982. Diventa vicecaposervizio del Tg1; poi, nel '90 la svolta politica. Si mette in aspettativa e diventa assessore a Verona con la Dc; poi deputato con il Ccd, quindi l'Udc. Nel '98 diventa commissario dell'Autorità Garante per le comunicazioni. Sette anni dopo, il salto alla direzione generale della Rai. Un salto, sentenzierà poi la stessa Agcom, illegittimo. Il controllore (commissario Agcom, competente sulla tv) non può passare al ruolo di controllato (direttore Rai), per lo meno per i primi quattro anni. La Rai pagherà una multa di 14,3 milioni di euro, lui restituirà i 373mila euro di stipendio percepiti nei nove mesi delle sua direzione. Ora è all'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, ma, fedele alle sue origini, mastica ancora di palinsesti e new media.

Signor Meocci, lo stesso Zavoli, riferendosi alle grane di Ballarò e al flop di Miss Italia, ha parlato di "disagio profondo" per la Rai. Lo sente anche lei?
"Ma sono episodi piccoli, su cui non mi impunterei".

Problemi piccoli sì, ma continui. L'altro problema sono i contratti di Annozero.
"Santoro fa un programma molto tirato, un pugno nello stomaco: evidentemente ci sono dei problemi di equlibrio. Tuttavia sulle altre reti ci sono altri show. In definitiva: se tutta 'sta roba andasse su un'emittente privata, pensa che ci sarebbe tutta questa discussione?".

No, credo di no. Qui si discute tutta l'estate sui dieci minuti con cui Travaglio apre la trasmissione.
"Travaglio fa il suo mestiere. E' molto puntuto e fazioso: forse avrebbe bisogno di un'interfaccia perché la gente si faccia un'opinione. Però in Italia il giustizialismo ha un doppio volto. Veda il caso Boffo: chi vuole difenderlo sostiene che il patteggiamento non è un'ammissione di colpa. Negli anni di Tangentopoli molti erano di avviso contrario e volevano trombare chi aveva patteggiato. Come la mettiamo?".

Come se non bastasse c'è pure il caso di Report: la Rai è pronta a togliere l'assistenza legale ai giornalisti della trasmissione.
"La Gabanelli è molto brava. Ricordo che era venuta da me a chiedermi altro personale. Come la penso? La stampa deve avere delle coperture. In caso contrario, un programma come Report chiude dopo la prima puntata".

Il documentario Videocracy denuncia le "scollacciature" della tv italiana. E' una polemica esagerata?
"Direi che c'è un limite alla decenza. Per carità, nessuna censura. Solo stiamo attenti a non fare della donna un oggetto da pubblicità: questo non fa onore a nessuno. Ma i problemi della Rai sono ben altri".

Spari.
"Primo su tutti, il ritardo tecnologico. Nessuno avrebbe mai immaginato una crescita così vertiginosa della piattaforma satellitare, cioè di Sky. In preda alla continua lotta tra Rai e Mediaset, il sistema televisivo italiano è rimasto al palo, subendo la colonizzazione di un soggeto straniero".

Parla di Murdoch?
"Certo. Non siamo riusciti a metter su un sistema satellitare italiano e continuiamo a dipendere dall'estero".

La Rai sta iniziando a investire su internet, e poi sta arrivando il digitale terrestre. Non le basta?
"Macché, siamo già in ritardo. Il digitale terrestre è una tecnologia che nasce già vecchia. Gli utenti ormai viaggiano nel sistema della convergenza, spaziando dal cellulare alla televisione al web. Il Grande Fratello, piuttosto che qualche altro programma, se lo vedono dove gli pare". .

Perciò, secondo lei, cosa bisogna fare per contrastare gli "invasori"?
"Rai e Mediaset devono fare squadra e mettere a frutto delle sinergie. Solo così possono farcela".

Eppure adesso la Rai sembra essersi sfilata dalle battaglie sui diritti televisivi.
"Ma sai, lì è un problema di logiche politiche, che spesso sono opposte a quelle di mercato. Un soggetto privato si muove più in fretta. Tu sei lì a riunire tre volte il Cda per decidere chi condurrà Sanremo e nel frattempo quegli altri si sono già presi i Mondiali di calcio e le Olimpiadi"

Era così macchinosa anche nel 2005, quando lei era Direttore generale?
"Durante il mio mandato c'è stato un grande equilibrio interno, i conti andavano bene. Ho aperto tutte le nuove sedi estere dell'azienda (da New Delhi a Istanbul). Si ricordi soltanto che sotto di me sono tornati Mike Bongiorno e Santoro. Queste cose qua, se le so' dimenticate tutti. Quando intervengono logiche politiche, viene tutto travolto".

Ha un po' il dente avvelenato, confessi.
"Mah, cosa vuole. Non sono uno che si mette a far polemiche. Ho pagato la mia multa e cercherò di far valere le mie ragioni in tutte le sedi, ma, ripeto, con molta serenità".

Eppure la legge è chiara. Chi è stato nell'Agcom, deve stare lontano per quattro anni dalla tv.
"Eppure nel 2003 la stessa Agcom mi ha dato parere favorevole a un mio ritorno in Rai"

Certo, ma come giornalista, non come Dg.
"Eh, bravo! Questo però mi è stato precisato dopo la nomina. Ripeto: dopo mi hanno detto che potevo rientrare, ma non come Dg, visto che era un ruolo manageriale e non giornalistico. Eppure molti giornalisti sono diventati direttori. Pensi a Biagio Agnes, a Gianni Pasquarelli o a Ettore Bernabei".

Sì, ma non erano stati commissari dell'ente che doveva vigilare sulla Rai.
"Io pensavo che l'incompatibilità valesse per uno che prima non lavorava in Rai, e non per uno che era in aspettativa e che doveva solo tornare al suo lavoro. La situazione paradossale è che avrei potuto fare il direttore di rete o di un telegiornale. Se lo sapevo prima, mi regolavo meglio: avrei chiesto 100mila pareri in più, giusto per capirci qualcosa".

Immagino le pressioni durante quell'anno.
"Mah, ho avuto richieste da tutti, ma estremamente pacate e tranquille. Io e Petruccioli gestimmo la campagna elettorale del 2006, una campagna molto dura, con molto equilibrio, tanto che alla fine non si lamentò nessuno. Le dico di più: fui eccessivamente restrittivo: decisi di trasmettere la diretta del discorso di Berlusconi a Washington su Rainews24, nonostante meritasse di andare su una rete più importante".

(segue...)

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