La vela è una cosa seria - Primo capitolo -

Venerdì, 18 settembre 2009 - 15:55:00
Capitolo I
Non era una notta buia e tempestosa


Non era una notte buia e tempestosa quando decidemmo (io e il mio amico Gaetano, Gaetans per gli amici) di seguire un corso di vela: all'inizio del 2002, di fronte a un piatto di fettuccine, alla proposta del mio amico: «Perché non facciamo un corso di vela?» non ho potuto resistere. In quel periodo ero particolarmente predisposto ad accettare proposte indecenti: avevo ripiegato con perdite dalla Romagna, dove una fanciulla della quale ero perdutamente innamorato non aveva ceduto alle mie lusinghe. Avevo sempre sentito parlare di Caprera, ma non avevo la più pallida idea di dove fosse e di quali fossero le regole: una piccola ricerca su Internet, la scelta del corso per principianti, la scoperta che nel periodo in cui potevamo andare l'unica base aperta era quella di Lerici, vicino La Spezia.

Una e-mail del Gaetans: «Ma Lerici è sulla terraferma?», fortemente preoccupato di doversi districare tra traghetti e aliscafi, dimostrava come avessimo poche idee e molto confuse. Scoperto che Lerici si affacciava sul golfo di La Spezia e che ci si arrivava comodamente in auto, il più era fatto. Una settimana di corso è bastata per convincerci a comprare una barca, andare a Caprera, tornare più volte sia a Lerici che a Caprera, comprare altre barche, partecipare a Mondiali e regate all'estero, passare dall'altra parte della barricata (diventando istruttori).

Se avessi avuto la stessa caparbietà in ambito professionale, a quest'ora sarei amministratore delegato della società che sopporta la mia presenza dal lunedì al venerdì. A Lerici abbiamo avuto subito un piccolo assaggio della gente che va a vela: una delle poche volte in cui sono stato sinceramente invidioso di un altro compagno di corso è stato quando Jack-Roy, italo-svizzero dalla erre arrotata, mi ha fatto presente che «ho studiato Scienze Politiche alla Statale di Milano... il giorno che mi sono laureato è stato il giorno più triste della mia vita».

I miei anni di Ingegneria a Roma non sono stati tristi e il giorno della laurea non ero assolutamente depresso, ma le parole di Jack hanno fatto suonare un piccolo campanellino dentro di me, come se ci fossero diverse rotte per arrivare alla boa e ío avessi scelto quella meno divertente. Da questo episodio sono passati parecchi anni, ma qualcosa continua a dirmi che a ruoli invertiti con Jack anch'io sarei stato un poco adombrato. A Lerici siamo ritornati l'anno seguente: sette giorni dí vela nei quali qualcuno ha involontariamente cercato di rendermi le cose difficili sin dal primo giorno, quando mi hanno messo in barca il capitano della nazionale di rugby Andrea Lo Cicero, 116 kg per 1,85 m, una persona squisita ma forse non il massimo come compagno su una deriva che armata pesa 120 kg.

Con la sola eccezione del 2004, dove non mi sono comunque risparmiato, ho sempre frequentato un paio di corsi l'anno come allievo o come istruttore, riuscendo in questo modo a entrare nel novero dei fortunati che lavorano durante le feste: in tre anni, come la paziente leggendaria formichina delle favole dei tempi andati, sono riuscito a dilapidare í 55 giorni di ferie accumulati durante íl precedente dissoluto periodo cicala, chiudendo il 2007, ferialmente (e fieramente) parlando, in rosso. Una telefonata all'ufficio del personale mi ha confermato che sono circondato da colleghi pazienti: non avrebbero operato alcuna trattenuta sulla mia busta paga ma si sarebbero limitati a decurtarmi i giorni di assenza dal monte ferie dell'anno successivo. Più di Lerici mi sono innamorato di Caprera, sulla quale Gaetans ha trovato moglie, confermando ancora una volta che, tra noi due, lui è sicuramente il più in gamba, non solo velisticamente parlando.

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