Il cuore oltre l'ostacolo
Venerdì, 14 gennaio 2011 - 14:15:00
Il cuore oltre l'ostacolo
di Nichi Vendola
Le fabbriche di nichi rappresentano un frammento di gioventù che ha messo in piedi un'esperienza straordinaria, eterogenea, nuova, effervescente, un'esperienza di buona politica. Sono luoghi in cui si esprimono le condizioni di possibilità per la partecipazione e la democratizzazione della politica. Il lavoro proposto in queste pagine, frutto del confronto e delle idee emerse a partire dagli stati generali delle fabbriche dello scorso luglio, ne è chiaro esempio. Importanti spunti di riflessione, fili di una narrazione nuova, appassionata, che offrono orizzonti più ampi a un dibattito politico immiserito, che non guarda oltre l'ombelico e la pancia del nostro paese. Questo libro vuole essere un contributo di idee, una traccia collaborativa e propositiva, per intraprendere un dialogo collettivo sul futuro possibile. Sull'Italia migliore.
Gli ingredienti di questa vicenda che potrei definire del tutto anomala nel panorama politico e sociale italiano, sono molteplici. A cominciare dall'ingrediente centrale che è quello di una costruzione segnata dall'elemento della cooperazione. Una costruzione che si alimenta di un'attività politica di incontro, di scambio di informazioni, di opinioni, per costruire un punto di vista plurale e articolato sulle cose del territorio e sulle cose del mondo, perché la politica è buona se cuce una trama di relazioni ricche, al di là di ogni competizione ossessiva.
Competere infatti, significa sentirsi sempre in un atteggiamento agonistico, con l'ansia di dover tagliare un nastro e raggiungere prima di qualcun altro una postazione, il trionfo dell'egoismo che non tiene conto del concetto di comunità. Invece l'idea è che occorre raggiungere un luogo importante ma in tanti, e che magari occorre essere un po' più lenti perché ci sono quelli che faticano a camminare, ci sono quelli che non hanno la cadenza il ritmo e il passo che abbiamo noi, ci sono quelli che non hanno le nostre abilità fisiche, quelli che sono inciampati, caduti, e che devono avere il tempo di rialzarsi e riprendere il passo.
L'elemento cooperativo è il punto di svolta, è il punto attraverso il quale riusciamo a dotarci di una sorta di osservatorio astronomico per cogliere i segreti delle costellazioni del potere culturale dominante. L'elemento cooperativo è il seme buono che può dare frutti importanti anche in tanti ambiti della nostra società. Pensiamo al mutuo soccorso e alla collaborazione Ira i diversi enti pubblici, contro l'idea di un federalismo pensato come una minaccia all'unità del nostro paese; pensiamo a un nuovo e più proficuo api ,roccio alle cose della scuola e del sistema della formazione, depressi dai tagli e dall'imposizione di un modello culturale anacronistico e poco attento al reale portato dell'educazione e dell'incivilimento nella nostra società. Pensiamo a un nuovo welfare che sia strumento di sviluppo, di inclusione e di possibilità anche per i diversamente abili.
Accanto all'elemento della cooperazione c'è un altro ingrediente decisivo: la capacità di avere un piede ben piantato nel territorio, nella propria città, quartiere, paese, villaggio, e quindi usare quel piede per attraversare in lungo e in largo il territorio, conoscerlo, viverlo, agirlo, per non parlarne astrattamente con distacco so, iologico, che il più delle volte contiene presunzione e separazione dalle cose che in quel territorio accadono. Quel piede nel territorio è anche l'insieme delle prati( he e delle politiche per la protezione e la custodia della terra, dei fiumi, dei laghi, del mare. Vuole significare I ifendere e investire sulla bellezza e la vita delle nostre i ttà, delle nostre comunità, e aprirle all'integrazione. Integrarsi e integrare, favorire l'integrazione dei mi-19 ami, delle donne, dei disabili, dei bambini, connettei e altre culture, storie e narrazioni, con la nostra.
Ecco perché, un altro piede, le fabbriche, lo hanno messo curiosamente nell'universo mondo. Hanno cercato di camminare, sia pure simbolicamente con gli strumenti del viaggio culturale e della connessione sentimentale, negli altri luoghi del pianeta, attraversando tutti gli altri territori del mappamondo, insomma hanno coniugato territorio e cosmopolitismo, perché hanno immaginato che amare il proprio territorio comportasse dei doveri particolari che sono quelli legati alla rottura di qualunque retorica localistica per potersi collocare invece in uno scenario globale. Ogni cultura infatti ha significato se si collega ad altre culture, è un tassello che ha bisogno degli altri tasselli per disegnare il mosaico di un mondo plurale, di un mondo conviviale, un mondo di dialoghi che intreccia narrazioni, che intercetta gli abbracci che legano gli esseri umani in ogni parte del monda A partire da queste idee abbiamo maturato la convinzione di mettere in campo percorsi di dialogo, avendo come obiettivo la pace e il disarmo mondiale. Questa è la buona politica che le fabbriche, sfuggendo a qualunque richiamo di provincialismo o di miserabile sciovinismo, ci insegnano.
E poi le fabbriche hanno immaginato che i luoghi della politica, della buona politica, dovessero essere accoglienti e inclusivi, perché i luoghi della politica devono valorizzare le differenze e devono comprendere, nel esempio, che la politica deve essere agita dagli uon a i ni e dalle donne e quindi imparare che gli orari delle donne sono diversi da quegli degli uomini, trovare quindi un compromesso tra il cronometro maschile e quello femminile. Un luogo di buona politica deve saper accogliere nei tempi molteplici della vita tutti i soggetti che avessero voglia di fare politica. Per questo siamo convinti che queste necessità debbano essere garantite dallo Stato, attraverso un welfare che permetta tempi di vita più umani, che dia la possibilità alla donna di vivere la maternità senza dover rinunciare al lavoro. Un luogo fa buona politica se non ha barriere architettoniche, se non è inaccessibile per una persona disabile e se porta luce e parole lì dove trionfano il buio e il silenzio delle periferie sociali e umane. Come accade nelle periferie delle nostre città, o nelle carceri in cui il sovraffollamento sta provocando un improvviso innalzamento dei suicidi, in barba alla funzione rieducativa della pena.
Le fabbriche di vichi hanno avuto anche la visione folgorante e innovativa di costruire una narrazione, un lessico vivo che si interroga sulla vita. In Puglia, sono state il valore aggiunto nella costruzione di una politica che si è tradotta in dialogo, in racconto corale, che si caratterizza per l'ambizione capace di legare generazioni, di mettere anima e vitalità dentro le scommesse della politica. Così hanno costruito e radicato il senso di una vittoria che è stata la vittoria della politica intesa come vita, contro la politica come morte: la vita si è insinuata nella fatalistica riproduzione del potere e ha spezzato le sue dinamiche, aprendo un varco alla speranza. La speranza di una politica che deve restituire dignità al lavoro, che deve liberare i giovani dall'incubo del precariato che uccide il diritto al futuro; la speranza di chi considera la scuola, l'università, luoghi essenziali della formazione, di chi non accetta che i beni pubblici diventino risorsa di pochi, di chi pensa che il Mezzogiorno sia luogo vitale di questo paese, di chi crede che investire in cultura sia la possibilità per arricchire menti e territori, perché un paese che non investe in cultura, formazione, innovazione, talento, non è un paese libero.
In Puglia, le fabbriche hanno portato la speranza nel palazzo della politica ufficiale e da quel momento non ne è più uscita. Nessuno è riuscito a sfrattare la speranza. Da questa regione laboratorio la speranza è poi straripata fuori dai confini, ha contaminato tante regioni d'Italia e persino molte città del mondo.
E oggi le fabbriche di nichi vogliono riorganizzarsi attorno a una parola d'ordine: c'è un'Italia migliore. C'è ti !l'Italia che è stata soffocata, che è stata seppellita, umiliata e sventrata dall'Italia peggiore che si è fatta Stato, governando con le sue dinamiche luride, con un plebeismo piccolo borghese che è diventata la lingua Il ficiale delle classi dirigenti. Siamo da troppo tempo t apnea, il berlusconismo ha messo in apnea l'intellir,enza collettiva, il sentimento della bellezza, ha provai o a sterilizzare i codici che segnano le passioni civili.
Eppure c'è un Italia migliore che oggi si sta dando ()raggio, che vuole emergere. E allora le fabbriche di fichi sentono di poter essere in tutta Italia quella forza quasi ostetrica che tira fuori da luoghi lontani, dall'esiho del disincanto e della rassegnazione, tante passioni e le rimette in circolazione, un alito nuovo che nella politica nazionale ci aiuta a camminare verso un futuro migliore.
La ricerca e il cammino sono appena cominciati. La ricerca è un cammino inesauribile, non può dirsi mai compiuta, e questa è la ricerca della conoscenza, è la ricerca delle individualità che si fanno dialogo, la ricerca delle ragioni che spiegano la crisi dei sistemi di potere, la ricerca delle strade che ci possono consentire di guadagnare la libertà. La ricerca continua sempre ed è una ricerca anche molto legata alle parole. Dopo una lunga stagione di modernità orwelliana, di inversione semantica del significato delle parole, una manipolazione del linguaggio e dei segni continuo e permanente, abbiamo bisogno di creare un nuovo vocabolario, che ci restituisca il significato autentico delle parole, quel significato umano delle parole che arricchisce il vocabolario del cambiamento. Un vocabolario libero dall'inganno lessicale che abbiamo vissuto in questi anni, buono per un'antropologia di normodotati. Noi invece abbiamo bisogno di restituire a ogni parola il suo significato umano, di cercare il significato autentico delle parole, che vada di pari passo con l'autenticità dei sentimenti, delle intenzioni, delle azioni.
Io sono con le fabbriche di nichi in questa ricerca e sono contento della libertà che mi danno e della libertà che si prendono, perché le fabbriche sono il contrario di una celebrazione retorica di un leader carismatico. Esse sono un'esperienza plurale di libertà del far politica. Io ho imparato e imparo tante cose da loro e non sento di rivolgermi a loro come un generale si rivolge alle sue truppe, non mi sento un capo. Le fabbriche di nichi sono un fermento, una semina e mi danno speranza e libertà. Posso continuare a coltivare i miei dubbi, ad avere le mie incertezze, a non nascondere le mie debolezze, a non dovermi vestire con gli abiti del comando, ma di poter invece con loro continuare uno scambio, che è uno scambio di competenze, di parole, di esperienze e che ci consente di collocarci nel punto più alto della speranza che sta nascendo in questo Paese.
Le fabbriche di nichi possono annunciare che in ogni paese, in ogni quartiere, in ogni città, al termine I i q mesta lunga notte possiamo di nuovo innamorarci i1,•1,1 luce, possiamo ritrovare l'alba di rapporti nuovi. -lesto libro parla di noi, dell'Italia che c'è e di quella IR. vorremmo, un paese di volti veri, che è pronto a II nriare il cuore oltre l'ostacolo, a condividere parole e 1.1i ti di buona politica, a raccontare una storia diversa (1,1 quella che abbiamo vissuto in questi anni, a costruire, a far vincere e a vivere la storia dell'Italia migliore.
Nichi Vendola, dicembre 2010
di Nichi Vendola
Le fabbriche di nichi rappresentano un frammento di gioventù che ha messo in piedi un'esperienza straordinaria, eterogenea, nuova, effervescente, un'esperienza di buona politica. Sono luoghi in cui si esprimono le condizioni di possibilità per la partecipazione e la democratizzazione della politica. Il lavoro proposto in queste pagine, frutto del confronto e delle idee emerse a partire dagli stati generali delle fabbriche dello scorso luglio, ne è chiaro esempio. Importanti spunti di riflessione, fili di una narrazione nuova, appassionata, che offrono orizzonti più ampi a un dibattito politico immiserito, che non guarda oltre l'ombelico e la pancia del nostro paese. Questo libro vuole essere un contributo di idee, una traccia collaborativa e propositiva, per intraprendere un dialogo collettivo sul futuro possibile. Sull'Italia migliore.
Gli ingredienti di questa vicenda che potrei definire del tutto anomala nel panorama politico e sociale italiano, sono molteplici. A cominciare dall'ingrediente centrale che è quello di una costruzione segnata dall'elemento della cooperazione. Una costruzione che si alimenta di un'attività politica di incontro, di scambio di informazioni, di opinioni, per costruire un punto di vista plurale e articolato sulle cose del territorio e sulle cose del mondo, perché la politica è buona se cuce una trama di relazioni ricche, al di là di ogni competizione ossessiva.
Competere infatti, significa sentirsi sempre in un atteggiamento agonistico, con l'ansia di dover tagliare un nastro e raggiungere prima di qualcun altro una postazione, il trionfo dell'egoismo che non tiene conto del concetto di comunità. Invece l'idea è che occorre raggiungere un luogo importante ma in tanti, e che magari occorre essere un po' più lenti perché ci sono quelli che faticano a camminare, ci sono quelli che non hanno la cadenza il ritmo e il passo che abbiamo noi, ci sono quelli che non hanno le nostre abilità fisiche, quelli che sono inciampati, caduti, e che devono avere il tempo di rialzarsi e riprendere il passo.
L'elemento cooperativo è il punto di svolta, è il punto attraverso il quale riusciamo a dotarci di una sorta di osservatorio astronomico per cogliere i segreti delle costellazioni del potere culturale dominante. L'elemento cooperativo è il seme buono che può dare frutti importanti anche in tanti ambiti della nostra società. Pensiamo al mutuo soccorso e alla collaborazione Ira i diversi enti pubblici, contro l'idea di un federalismo pensato come una minaccia all'unità del nostro paese; pensiamo a un nuovo e più proficuo api ,roccio alle cose della scuola e del sistema della formazione, depressi dai tagli e dall'imposizione di un modello culturale anacronistico e poco attento al reale portato dell'educazione e dell'incivilimento nella nostra società. Pensiamo a un nuovo welfare che sia strumento di sviluppo, di inclusione e di possibilità anche per i diversamente abili.
Accanto all'elemento della cooperazione c'è un altro ingrediente decisivo: la capacità di avere un piede ben piantato nel territorio, nella propria città, quartiere, paese, villaggio, e quindi usare quel piede per attraversare in lungo e in largo il territorio, conoscerlo, viverlo, agirlo, per non parlarne astrattamente con distacco so, iologico, che il più delle volte contiene presunzione e separazione dalle cose che in quel territorio accadono. Quel piede nel territorio è anche l'insieme delle prati( he e delle politiche per la protezione e la custodia della terra, dei fiumi, dei laghi, del mare. Vuole significare I ifendere e investire sulla bellezza e la vita delle nostre i ttà, delle nostre comunità, e aprirle all'integrazione. Integrarsi e integrare, favorire l'integrazione dei mi-19 ami, delle donne, dei disabili, dei bambini, connettei e altre culture, storie e narrazioni, con la nostra.
Ecco perché, un altro piede, le fabbriche, lo hanno messo curiosamente nell'universo mondo. Hanno cercato di camminare, sia pure simbolicamente con gli strumenti del viaggio culturale e della connessione sentimentale, negli altri luoghi del pianeta, attraversando tutti gli altri territori del mappamondo, insomma hanno coniugato territorio e cosmopolitismo, perché hanno immaginato che amare il proprio territorio comportasse dei doveri particolari che sono quelli legati alla rottura di qualunque retorica localistica per potersi collocare invece in uno scenario globale. Ogni cultura infatti ha significato se si collega ad altre culture, è un tassello che ha bisogno degli altri tasselli per disegnare il mosaico di un mondo plurale, di un mondo conviviale, un mondo di dialoghi che intreccia narrazioni, che intercetta gli abbracci che legano gli esseri umani in ogni parte del monda A partire da queste idee abbiamo maturato la convinzione di mettere in campo percorsi di dialogo, avendo come obiettivo la pace e il disarmo mondiale. Questa è la buona politica che le fabbriche, sfuggendo a qualunque richiamo di provincialismo o di miserabile sciovinismo, ci insegnano.
E poi le fabbriche hanno immaginato che i luoghi della politica, della buona politica, dovessero essere accoglienti e inclusivi, perché i luoghi della politica devono valorizzare le differenze e devono comprendere, nel esempio, che la politica deve essere agita dagli uon a i ni e dalle donne e quindi imparare che gli orari delle donne sono diversi da quegli degli uomini, trovare quindi un compromesso tra il cronometro maschile e quello femminile. Un luogo di buona politica deve saper accogliere nei tempi molteplici della vita tutti i soggetti che avessero voglia di fare politica. Per questo siamo convinti che queste necessità debbano essere garantite dallo Stato, attraverso un welfare che permetta tempi di vita più umani, che dia la possibilità alla donna di vivere la maternità senza dover rinunciare al lavoro. Un luogo fa buona politica se non ha barriere architettoniche, se non è inaccessibile per una persona disabile e se porta luce e parole lì dove trionfano il buio e il silenzio delle periferie sociali e umane. Come accade nelle periferie delle nostre città, o nelle carceri in cui il sovraffollamento sta provocando un improvviso innalzamento dei suicidi, in barba alla funzione rieducativa della pena.
Le fabbriche di vichi hanno avuto anche la visione folgorante e innovativa di costruire una narrazione, un lessico vivo che si interroga sulla vita. In Puglia, sono state il valore aggiunto nella costruzione di una politica che si è tradotta in dialogo, in racconto corale, che si caratterizza per l'ambizione capace di legare generazioni, di mettere anima e vitalità dentro le scommesse della politica. Così hanno costruito e radicato il senso di una vittoria che è stata la vittoria della politica intesa come vita, contro la politica come morte: la vita si è insinuata nella fatalistica riproduzione del potere e ha spezzato le sue dinamiche, aprendo un varco alla speranza. La speranza di una politica che deve restituire dignità al lavoro, che deve liberare i giovani dall'incubo del precariato che uccide il diritto al futuro; la speranza di chi considera la scuola, l'università, luoghi essenziali della formazione, di chi non accetta che i beni pubblici diventino risorsa di pochi, di chi pensa che il Mezzogiorno sia luogo vitale di questo paese, di chi crede che investire in cultura sia la possibilità per arricchire menti e territori, perché un paese che non investe in cultura, formazione, innovazione, talento, non è un paese libero.
In Puglia, le fabbriche hanno portato la speranza nel palazzo della politica ufficiale e da quel momento non ne è più uscita. Nessuno è riuscito a sfrattare la speranza. Da questa regione laboratorio la speranza è poi straripata fuori dai confini, ha contaminato tante regioni d'Italia e persino molte città del mondo.
E oggi le fabbriche di nichi vogliono riorganizzarsi attorno a una parola d'ordine: c'è un'Italia migliore. C'è ti !l'Italia che è stata soffocata, che è stata seppellita, umiliata e sventrata dall'Italia peggiore che si è fatta Stato, governando con le sue dinamiche luride, con un plebeismo piccolo borghese che è diventata la lingua Il ficiale delle classi dirigenti. Siamo da troppo tempo t apnea, il berlusconismo ha messo in apnea l'intellir,enza collettiva, il sentimento della bellezza, ha provai o a sterilizzare i codici che segnano le passioni civili.
Eppure c'è un Italia migliore che oggi si sta dando ()raggio, che vuole emergere. E allora le fabbriche di fichi sentono di poter essere in tutta Italia quella forza quasi ostetrica che tira fuori da luoghi lontani, dall'esiho del disincanto e della rassegnazione, tante passioni e le rimette in circolazione, un alito nuovo che nella politica nazionale ci aiuta a camminare verso un futuro migliore.
La ricerca e il cammino sono appena cominciati. La ricerca è un cammino inesauribile, non può dirsi mai compiuta, e questa è la ricerca della conoscenza, è la ricerca delle individualità che si fanno dialogo, la ricerca delle ragioni che spiegano la crisi dei sistemi di potere, la ricerca delle strade che ci possono consentire di guadagnare la libertà. La ricerca continua sempre ed è una ricerca anche molto legata alle parole. Dopo una lunga stagione di modernità orwelliana, di inversione semantica del significato delle parole, una manipolazione del linguaggio e dei segni continuo e permanente, abbiamo bisogno di creare un nuovo vocabolario, che ci restituisca il significato autentico delle parole, quel significato umano delle parole che arricchisce il vocabolario del cambiamento. Un vocabolario libero dall'inganno lessicale che abbiamo vissuto in questi anni, buono per un'antropologia di normodotati. Noi invece abbiamo bisogno di restituire a ogni parola il suo significato umano, di cercare il significato autentico delle parole, che vada di pari passo con l'autenticità dei sentimenti, delle intenzioni, delle azioni.
Io sono con le fabbriche di nichi in questa ricerca e sono contento della libertà che mi danno e della libertà che si prendono, perché le fabbriche sono il contrario di una celebrazione retorica di un leader carismatico. Esse sono un'esperienza plurale di libertà del far politica. Io ho imparato e imparo tante cose da loro e non sento di rivolgermi a loro come un generale si rivolge alle sue truppe, non mi sento un capo. Le fabbriche di nichi sono un fermento, una semina e mi danno speranza e libertà. Posso continuare a coltivare i miei dubbi, ad avere le mie incertezze, a non nascondere le mie debolezze, a non dovermi vestire con gli abiti del comando, ma di poter invece con loro continuare uno scambio, che è uno scambio di competenze, di parole, di esperienze e che ci consente di collocarci nel punto più alto della speranza che sta nascendo in questo Paese.
Le fabbriche di nichi possono annunciare che in ogni paese, in ogni quartiere, in ogni città, al termine I i q mesta lunga notte possiamo di nuovo innamorarci i1,•1,1 luce, possiamo ritrovare l'alba di rapporti nuovi. -lesto libro parla di noi, dell'Italia che c'è e di quella IR. vorremmo, un paese di volti veri, che è pronto a II nriare il cuore oltre l'ostacolo, a condividere parole e 1.1i ti di buona politica, a raccontare una storia diversa (1,1 quella che abbiamo vissuto in questi anni, a costruire, a far vincere e a vivere la storia dell'Italia migliore.
Nichi Vendola, dicembre 2010



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