Il caro armato- Introduzione -

Giovedì, 26 novembre 2009 - 18:22:00
Introduzione
Numeri indifendibili


In Italia, ma non solo, il complesso dei fondi che lo Stato mette a disposizione della Difesa e della strutture militari sembra vestito con la mimetica. Agli occhi dell'opinione pubblica è infatti davvero oscura la quantificazione e la reale ripartizione dei soldi che vengono impiegati dal nostro Paese come spesa militare. Senza questi dati di base, purtroppo, diventa però impossibile disporre degli strumenti che permettono un'analisi compiuta di un comparto così delicato.

Un ambito dell'amministrazione di uno Stato moderno che, oltretutto, è in rapida e dirompente evoluzione. Anche il nostro Paese, con la fine della guerra fredda (che possiamo fissare in venti anni fa, con la caduta del muro di Berlino nel 1989), ha dovuto rivedere i propri schemi difensivi. Si è passati da un periodo in cui l'appartenenza all'Alleanza Atlantica e i rapporti privilegiati con gli Stati Uniti comportavano da un lato la concessione di porzioni di territorio per la costruzione di basi militari e dall'altro il beneficio di una sorta di ombrello protettivo garantito. E di conseguenza un meccanismo abbastanza oliato ma al contempo rigido nell'impostazione e nella gestione delle nostre Forze Armate e degli armamenti che le sono necessari.

Da due decenni si è aperta invece una nuova fase, priva dei punti di riferimento classici, che ha comportato un protagonismo maggiore del nostro Paese con una presenza sempre più importante nelle missioni fuori area e con la necessità di rivedere la figura stessa dei militari e dei sistemi d'armamento necessari a tali scopi. Con la prima guerra del Golfo (19901991) inizia una nuova stagione di conflitti, dove la guerra cambia nome e diventa permanente: "operazione di polizia internazionale", "missione umanitaria", "lotta al terrorismo"... I vecchi eserciti non sono proprio più in grado di muoversi i questo contesto, ed è quindi sopraggiunta la necessità di investire per ottenere un cambiamento radicale.

Il 26 novembre 1991 lo Stato maggiore della Difesa ha presentato in Parlamento il "Nuovo Modello di Difesa" un documento in cui viene elaborata un'ipotesi di riforma per le Forze Armate italiane che prevedeva un sistema misto di reclutamento, composto da obbligati alla leva e da volontari. Nel modello sono specialmente questi ultimi ad essere bene armati, soprattutto per un loro impiego nelle missioni all'estero e nelle proiezioni al di fuori del nostro territorio. L'obiettivo esplicitato di questa struttura? Garantire i nostri interessi economici ovunque ed in qualsiasi modo venissero messi in pericolo. Un triplo salto mortale rispetto alla dassica "difesa del territorio".

Questa lettura di stampo molto aggressivo si rivelò subito troppo costosa e la riforma conseguente venne accantonata dopo un brevissimo dibattito tra addetti ai lavori, ma lo spirito di fondo non venne abbandonato. Fu solo cambiata la strategia e anziché approvare in blocco i necessari provvedimenti legislativi determinanti per questa trasformazione, li si è fatti passare in Parlamento uno alla volta. Lungo questo cammino sono state approvate riforme come quella dei vertici militari, dell'Arma dei Carabinieri, divenuta quarta forza armata, dell'ingresso delle donne nelle Forze Armate e della loro totale professionalizzazione, giungendo infine all'attuale situazione di Forze Armate di 190.000 uomini e donne, composte solo di giovani volontari retribuiti.

L'assenza di un dibattito complessivo e articolato da cui potessero emergere, gli obiettivi da raggiungere e di conseguenza gli strumenti necessari da adottare ha condotto alla situazione precaria attuale in cui, pur spendendo molti soldi (stabilmente ben oltre i 20 miliardi di euro all'anno) disponiamo di una struttura di Forze Armate che, per dirla con le parole dell'ex ministro della Difesa del Governo Prodi Arturo Parisi (che nelle finanziarie del biennio 2007 e 2008 ha aumentato le spese militari del 22%), "sono sempre più alla soglia di una irreversibile inefficienza". La peculiarità e delicata importanza del sistema militare implicherebbe una programmazione a lungo termine puntuale, ma la scarsa presenza politica nella pianificazione ha fatto prendere il sopravvento a meccanismi molto opachi che sono condotti per mano dei vertici militari e condizionati pesantemente dall'industria bellica nazionale ormai pienamente inserita in un complesso militare-industriale di respiro internazionale. Per rinunciare alla leva obbligatoria i vertici militari hanno infatti preteso di avere delle Forze armate composte da quasi 200.000 soldati, da un lato per non mandare a casa troppi comandanti e dall'altra perché il numero di militari giustifica anche il numero elevato di armamenti con cui equipaggiarli. Tuttavia questo passaggio, come era facilmente prevedibile, ha fatto lievitare notevolmente i costi delle spese per il personale e per i sistemi d'arma costringendo a scelte di forte taglio per quanto riguarda l'esercizio (cioè sull'utilizzo ordinario di mezzi e uomini) anche in virtù del contesto di crisi generalizzata dell'economia e, per conseguenza, delle finanze pubbliche. Ciò vuol dire incidere direttamente su addestramento del personale e manutenzione dei mezzi, arrivando al paradosso di disporre complessivamente di quasi 200.000 uomini ma non poterne utilizzare più di 10.000 nelle missioni all'estero, e avere navi, aerei e carri armati tecnologicamente avanzati ma fermi a terra o in porto per mancanza di pezzi di ricambio o peggio di carburante e manutenzione.
Occupare stabilmente l'ottavo posto al mondo per spese militari significa che non ci troviamo di fronte a spese residuali, come spesso vogliono far credere vertici militari e politici, ma semmai che si spende male e che si spreca molto. La confusione aumenta con le diverse cifre in circolazione che riguardano le spese militari italiane: paradossalmente sono tutte attendibili, ma sono create ed usate in base alla necessità del messaggio politico da far passare.

Le variabili per arrivare ad un conteggio aggregato infatti sono molte: ad esempio nel bilancio della Difesa compaiono i carabinieri, che sono la quarta forza armata, ma che comunque per una parte hanno compiti di polizia per i quali dipendono funzionalmente dal ministero dell'Interno, non compaiono le spese per le missioni all'estero, che per il 90% riguardano gli aspetti militari nè l'acquisizione di alcuni sistemi d'arma pagati con i fondi del ministero dello Sviluppo Economico. Ecco perché il bilancio del ministero della Difesa è uno di quelli meno chiari del nostro Stato, di difficile lettura per gli addetti ai lavori, figuriamoci per il cittadino-contribuente.
Insomma un sistema fortemente squilibrato e che presenta diversi punti critici, ma la cui caratteristica peggiore è soprattutto la poca chiarezza nei fini e nelle dinamiche, fondate soprattutto su considerazioni e assunti di partenza poco fondati e falsati da considerazioni che a volte sfiorano la leggenda metropolitana. Sono le stesse idee e rappresentazioni mitiche che poi passano nell'opinione pubblica alla quale il comparto della Difesa viene mostrato solamente con la faccia delle parate o delle evoluzioni dalla nostra squadriglia aerea acrobatica. Senza dare quindi ai cittadini gli elementi necessari per capire se stiamo andando nella giusta direzione o se invece occorrono scelte diverse per impiegare in maniera più proficua le ingenti risorse che finiscono in questo settore.

Questo libro vuole essere un contributo di chiarezza, basato sul tentativo di illustrare nella maniera più semplice possibile come e perché vengono spesi i nostri soldi per la difesa, in questo processo di consapevolezza diffusa che riteniamo ormai non sia più procrastinabile. Questo libro è dedicato a Damiano, Margherita e Lisa affinché nel loro domani trovino molti arsenali vuoti e tanti granai pieni! Ringraziamo per l'aiuto e il sostegno Dora, Andrea, Leo, Stefania, Lucia, Massimo A. e tutta la redazione di Altreconomia

0 mi piace, 0 non mi piace
Fai di Affaritaliani la tua HomePage
Iscriviti alla Newsletter
Mobile
Seguici su facebook
Rss
Twitter
Google
Internet Explorer

Tlc/ F2i con Fondo strategico italiano per sviluppo rete fibra ottica
Calcioscommesse/ Severino, grave da stroncare con decisione
Calcioscommesse/ Conte, mia assoluta estraneita' a fatti
Calcioscommesse/ Agnelli, Conte resta nostro allenatore
Fisco/ 730, piu' tempo per esibire documentazione
Rignano/ Tutti assolti con formula piena
Anronveneta/ Revocata la confisca di 39,6 milioni a Unipol
Antonveneta/ Pene ridotte in appello a Fazio e Consorte
LEGGI TUTTE LE ULTIMISSIME
inEVIDENZA
Pandora moments p2
Mode e Talenti

I charms danesi di Pandora
alla conquista dell'Italia...

Per il grande pubblico italiano questo nome è ancora poco conosciuto. Ma ora Pandora, colosso della gioielleria che ha fondato il proprio successo sui charms, accelera sul mercato italiano. A maggio ha aperto i battenti il primo negozio della griffe nordica, a Venezia. Il primo di una lunga serie...

Il bello di Pandora è che si può modulare il proprio oggetto dei sogni partendo da una spesa di poche decine di euro per arrivare a cifre a tre zeri. Famoso, il bracciale Moments, componibile a piacere scegliendo fra oltre 600 charms. L'azienda è seconda, per redditività, solo a Tiffany

Case da sogno

Una villa? Un attico? Un loft? Quello che cerchi in un click
Trova tutto qui!

Prima rata gratis

Sei alla ricerca di un prestito? Trovalo subito
SCEGLI PRESTITÒ

Auto usate

Stai cercando l’auto dei tuoi sogni? Scoprila subito.
Cerca adesso