Ambiente/ Petrolio, mai un caso BP lungo le coste italiane
Di Fulco Ruffo
Secondo la buona pratica e la diligenza del buon padre di famiglia, le decisioni importanti non vanno prese in modo emotivo, ma a mente fredda. In caso contrario si rischiano cantonate epocali. Purtroppo, l’attuale governo tiene una condotta decisamente opposta, e continua a legiferare in modo improvvido con un ventaglio di posizioni che vanno dal populismo puro alla trascuranza completa della realtà. Questo atteggiamento nel settore energetico non paga. Lo abbiamo già visto nel 1987, quando subito dopo Chernobil ci siamo affrettati a bandire un referendum sul nucleare, con il risultato di vederci circondati da paesi che hanno sviluppato ed usano questa tecnologia, con le nostre imprese che realizzano reattori in paesi stranieri, e con circa 5 miliardi di euro pagati dal contribuente per la riconversione delle centrali già costruite o in corso di realizzazione.
Lasciamo pure fuori dal nostro ragionamento che oggi si stia cercando di fare marcia indietro: non si capisce ancora se questa rimarrà solo una boutade politica, oppure se veramente tra 20 - 25 anni vedremo una nuova centrale in esercizio. I 5 miliardi di euro però sono stati spesi sul serio, e la centrale di Montalto di Castro che è oggi la conseguenza della scelta dell’87 contribuisce pesantemente ad elevare il costo del kWh generato nel nostro paese. E’ impossibile non vedere l’ombra della BP e della sua colossale (e colpevole?) imperizia nel golfo del Messico dietro all’uscita della Prestigiacomo sulle ricerche in mare, con tutto l’impatto mediatico che questo comporta e di cui questo governo ha un disperato bisogno. Rimane però il fatto che questo provvedimento non tutela nulla, se non gli interessi di quelli che portano in Italia il gas via tubo.
Eh già, perché nel nostro paese il petrolio buono (fluido come quello del Golfo del Messico), si trova a terra in Val D’Agri o in pianura padana, mentre in mare si estrae prevalentemente gas, o un petrolio che a tirarlo fuori sembra la plastilina con cui giocavamo da piccoli. Anche quindi ipotizzando di avere un grave incidente, di petrolio dai tubi e dalle piattaforme non ne uscirebbe neanche una goccia, al massimo qualche pallottola prima di intasarsi tutto. Tenendo conto della distribuzione delle aree protette, la limitazione nella ricerca e nello sfruttamento stabilita dalla Prestigiacomo è quindi solo efficace come limitazione allo sfruttamento del gas presente nella piattaforma continentale italiana, e conseguentemente blocca una serie di progetti di società indipendenti che negli scorsi anni hanno acquistato le licenze di esplorazione cedute dall’ENI o da altre major, le quali comunque controllano il mercato del gas con i loro tubi ed i terminali GNL.
L’alternativa all’acquisto delle licenze vendute a caro prezzo è lottare faticosamente con una burocrazia pazzesca ed isterica, resa ancora più demente dall’ultimo provvedimento. Volendo veramente tutelare le aree protette, si dovrebbe se mai limitare la navigazione dei carichi a rischio (idrocarburi fluidi o sostanze chimiche), ancora prima che la ricerca, emanando standard rigorosi sui tipi di navi ammesse e sulle rotte da seguire. L’azione del ministero dell’Ambiente è ancora più grave se pensiamo che la norma è uscita in assenza del ministro dell’Industria, che è il gestore delle concessioni di ricerca assegnate a terzi. Un po’ come dare un calcione negli stinchi ad un giocatore avversario quando l’arbitro è chinato ad allacciarsi gli scarpini o addirittura, come in questo caso, non c’è. Non so se anche in questo caso è ammessa la prova TV; se ci mettesse una buona parola Blatter, chissà…



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