Cancun/ Ecco perché sarà un fallimento

Venerdì, 3 dicembre 2010 - 18:00:00

jintao obama
Hu Jintao e Barack Obama
Mancano persino i giornalisti. Molte testate importanti, alle prese anche loro con la crisi, hanno deciso di non sprecare risorse per mandare inviati in Messico. Basta questo a dare la misura del fallimento annunciato del vertice di Cancun: non ci sarà niente da raccontare.

I nodi infatti restano gli stessi di un anno fa a Copenaghen, le posizioni pure. Ed è per questo che, alla Cop16, dei grandi leader mondiali stavolta non c’è neanche l'ombra. D'altra parte quando c'è da pagare il conto, si sa, scappano tutti.

Ma che cosa c'è da saldare? Il conto col Pianeta. Un anno fa il presidente Usa, Barack Obama, e il premier cinese, Wen Jiabao, i due principali responsabili del climate change, riuscirono a svuotare l'accordo conclusivo, in ci si limitò a indicare obiettivi ambiziosi sull'abbassamento della temperatura terrestre, senza indicare gli strumenti per raggiungerli.

Proprio da qui si riparte (o meglio, si resta fermi) a Cancun. I 194 Paesi al tavolo dovranno adottare formalmente gli impegni per il taglio delle emissioni sancito nell’Accordo della Cop15 e scegliere in quale modo effettuare i controlli, ovvero la misurazione, rendicontazione e verifica (MRV) di queste iniziative. Con le eventuali sanzioni.

Il che significa, in poche parole, cambiare modello di sviluppo. Con tutte le incognite che questo rappresenta per i 194 Paesi in generale e per Usa e Cina in particolare. Perché Pechino e Washington sono i principali inquinatori. E se non tagliano loro, i tagli degli altri non hanno senso, ma rischiano solo di affossarne le economie.

Ma Obama, tra la bastonata delle elezioni di mid-term, Wikileaks e la crisi economica, non accetterà mai di aderire a Kyoto e, anzi, ha già dimenticato la green economy della campagna elettorale di due anni fa.

Dall'altro lato la Cina, con Brasile e India al seguito, non ha alcuna intenzione di bloccare la sua crescita, e dunque il suo inquinamento (che ha già superato quello degli Usa), e si limita a puntare il dito contro gli americani, principali responsabili del cambiamento climatico.

In mezzo ci sono l'Europa e i Paesi poveri. Se questi ultimi non contano nulla, il Vecchio Continente è spaccato tra chi, come Regno Unito e Italia, vorrebbe ratificare un secondo Kyoto ma solo con l'impegno anche di Cina e Usa, e chi, come la Francia, non ne vuole neppure sentir parlare.

Insomma, lo stallo è tale che se almeno si risolvesse solo una delle altre questioni sul tavolo (la creazione di un fondo globale per il clima, l'impegno ad aiutare e difendere gli Stati più colpiti dai cambiamenti climatici già in atto e quelli dipendenti dai combustibili fossili, il varo il protocollo REDD+ per proteggere le foreste), sarebbe già un grande successo.

A Cancun però gli alberghi sono mezzi vuoti e gli accrediti stampa ancora disponibili nonostante il vertici sia già in corso. E così resta che guardare alla Cop17, l'anno prossimo in Sud Africa.

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