Editoriale/ Il biologico cresce, le aziende chiudono
di Antonio Felice
Largamente condivisibili le analisi sui dati diffusi qualche giorno fa dal Sinab sul settore biologico italiano. Esso resta leader in Europa con i suoi oltre 48mila 500 operatori a fine 2009 e anche per superfici se si escludono boschi e pascoli, con i quali primeggia la Spagna. I dati più interessanti, tuttavia, riguardano il mercato, che nel primo trimestre 2010 è cresciuto del 7 per cento in Italia in termini di acquisti da parte del consumatore e ancora di più in termini di export del bio italiano verso altri Paesi, cresciuto di oltre il 10 per cento.
Ma c'è tuttavia qualcosa che non funziona e che, non solo a nostro avviso, è grave: il settore biologico italiano sta perdendo per strada una parte delle piccole aziende che non riescono da sole a trovare un proprio spazio nel mercato e quindi sono costrette a chiudere. Il fenomeno continuerà e sarà ancora più preoccupante nei prossimi mesi se non interverrà qualcosa: un coordinamento politico, un indirizzo che dal centro indichi alle regioni italiane la strada per sostenere queste aziende. I piani regionali di sviluppo agricolo sono gli strumenti.
La Conferenza Stato-Regioni , il Comitato consultivo nazionale sono gli ambiti dai quali gli indirizzi possono partire. Su questo, una volta tanto, è d'accordo Federbio così come è d'accordo Aiab così come, in fondo, è d'accordo, il ministro Galan. Quindi, a parole, tutti d'accordo. E il ministro ne ha usate molte positive. Ora aspettiamo i fatti. Li aspettano le tante piccole aziende biologiche che vogliono produrre qualità senza rimetterci troppi quattrini perché non riescono ad agganciarsi al "sistema" che apre le porte al mercato. Nessuno si illuda. Non bastano più soldi a disposizione di questo o di quello. Serve un piano che faccia del biologico italiano un sistema forte e bene attrezzato per il quale esso ha già tutti i numeri ma non l'organizzazione.



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