Biofuel, le colture africane in mano al Regno Unito

Giovedì, 2 giugno 2011 - 15:43:00

 

Biofuel

E’ stato calcolato che le imprese britanniche hanno acquistato più terre in Africa rispetto a tutte le altre nazioni destinandole a coltivazioni per la produzione di biocarburanti. A rivelarlo una indagine del quotidiano britannico Guardian che ha calcolato 3,2 milioni di ettari di terra per la coltivazione di vegetali per l’industria dei biofuel legati a 11 società britanniche. Ritenuti validi sostituti dei carburanti fossili i biocombustibili sono spesso visti come un pericolo per le coltivazioni alimentari, che avendo sempre meno spazi a disposizione stanno mettendo in allarme il sistema alimentare mondiale e portando all’aumento progressivo dei prezzi.

La maggior parte dei terreni, per un totale di 900mila ettari, appartiene alla Crest Global Green Energy che ha acquistato coltivazioni in Mali, Guinea e Senegal il cui amministratore delegato della società, Tom Stuart, ha rilasciato la seguente dichiarazione “E’ vero che in alcuni casi i biocarburanti sottraggono terreno alle coltivazioni alimentari, ma nei nostri progetti abbiamo adottato l’approccio inter-crop, piantando tanto cibo quanti vegetali per biocarburanti sui terreni marginali rispetto a quelli che abbiamo destinato all’uso agricolo. Vi è un grande elemento sociale nei nostri progetti, bisogna essere d’accordo con tutte le persone del luogo, e questo è normalmente scritto nei contratti a livello di governo”.

Un altro rischio che spaventa è la possibilità che le coltivazioni per biofuel portino ad un aumento delle emissioni a causa della progressiva distruzione delle foreste, pratica largamente utilizzata per far posto a sempre nuovi terreni fertili. A tal proposito l’Istituto di Politica Ambientale Europea ha recentemente affermato che il carbonio rilasciato dalla deforestazione e legato ai biocarburanti potrebbe superare i risparmi di emissioni del 35 per cento richieste per il 2011 salendo al 60 per cento nel 2018, impatto indiretto che attualmente non è considerato dalle linee guida europee di sostenibilità.

Dopo l’Inghilterra, secondo le statistiche del Guardian, è l’Italia con 7 aziende ad aver il maggior numero di interessi in Africa, seguita da Germania (con sei aziende), Francia (sei) e Stati Uniti (quattro) mentre per Cina e Brasile ci sarebbero all’attivo solamente progetti ancora non realizzati.

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