La finanza internazionale è innocente

Domenica, 11 dicembre 2011 - 18:01:07

Di Gianni Pardo

Come mai “i mercati”, come si dice, hanno tanto potere? Come mai la finanza internazionale può mettere in pericolo la sopravvivenza economica delle nazioni? Come mai il problema della moneta, per esempio in Grecia, sembra avere più peso della volontà del Parlamento? Questi interrogativi hanno spinto parecchi a pensare che non sono i governi che guidano realmente i Paesi ma le forze della finanza internazionale. Potenze oscure, malvagie. Plutocrati che pensano solo a guadagnare sul disastro, a costo di rovinare interi popoli. Ma questa è una visione ingenua e vagamente infantile. Chiariamo la realtà con una parabola. C’era un marchese che viveva in un bel castello insieme con la famiglia. La moglie, un’ex modella, amava i bei vestiti e andava a Londra per un concerto rock o a Montréal per una mostra di pittura. I tre figli non erano da meno e la servitù, tanto lautamente pagata da essere invidiata da tutto il contado, non comprendeva meno di quaranta persone. Purtroppo, benché il patrimonio fosse ingente, le spese superavano le entrate. Il marchese da prima cominciò col pagare in ritardo i fornitori e gli stipendi dei dipendenti, poi prese a far debiti, rilasciando cambiali alle banche e poiché alla scadenza non era in grado di pagarle, rilasciava nuove cambiali con l’ammontare maggiorato. Andò avanti così per parecchio tempo finché le banche cominciarono ad allarmarsi. Ormai il marchese doveva tanto denaro a tanta gente che era meglio per tutti che non fallisse. Gli istituti di credito però pretesero garanzie reali e il marchese offrì in pegno quadri e tappeti. Poi si passò ad un’ipoteca sulla casa e infine ad un’ipoteca su tutti i feudi.

I debiti continuavano ad aumentare e le banche avrebbero preferito vedersi rimborsare il denaro piuttosto che avere nuovi titoli di credito: ma il marchese non aveva un soldo e per convincerle a fargli ancora credito da un lato ventilava il proprio fallimento, dall’altro offriva interessi più alti. I quali interessi aumentavano il suo debito complessivo, rendendo ancora più improbabile che il capitale fosse restituito. Il nobile, pur vivendo nel suo castello, pur essendo il proprietario dei feudi, in realtà non possedeva più niente. I creditori potevano disonorarlo da un giorno all’altro facendolo fallire, potevano buttarlo fuori dalla sua stessa casa, lui e tutta la sua famiglia, mentre i servitori, che gli avevano fatto credito, erano pronti a passare alle vie di fatto. A questo punto Papandreou, pardon, il marchese si mise a promettere che avrebbe assolutamente cambiato modello di vita. Purché non lo mettessero sul lastrico, purché gli dessero ancora denaro almeno per pagare la servitù e il cibo della sua famiglia, si impegnava a dimezzare le spese, razionalizzare l’amministrazione, sorvegliare meglio la produzione delle campagne, insomma far sì che la famiglia guadagnasse più di quanto spendeva. E un giorno avrebbe rimborsato banche e servitori. Accettò perfino che ci fossero degli incaricati dei creditori all’interno del castello per sorvegliare che quelle promesse fossero mantenute.

Ora ci si può chiedere: erano le banche e i dipendenti ad essere cattivi, o era il marchese e tutta la sua famiglia che si erano permessi assurdi lussi a spese degli altri? Sono colpevoli i creditori della Grecia e dell’Italia, se trepidano temendo di perdere i soldi che hanno prestato, o sono questi Paesi che rischiano di divenire i truffatori dell’Europa e dei loro stessi cittadini che hanno avuto fiducia nello Stato? Fra l’altro questa truffa non sarebbe affatto indolore, come pensano quelli che dicono: l’Italia non paghi e gli altri si attacchino al tram. Non solo perché i principali creditori sono gli stessi risparmiatori italiani, ma perché le conseguenze del fallimento sarebbero drammatiche: per anni inflazione a carico dei ceti più deboli, fallimenti delle imprese, disoccupazione, abbassamento del livello di vita, vertiginoso aumento del costo dei beni importati, assoluta assenza di investimenti stranieri, disonore che si ripercuoterebbe per molti decenni non sul blasone in sala da pranzo ma sull’economia dell’intero Paese. Se il governo greco ha sfidato la rivoluzione non è stato per non deludere le banche francesi, ma perché il costo di un default sarebbe più tragico di quello che la gente vive oggi. Anche se attualmente è tanto esasperata che ammazzerebbe volentieri i ministri. Non è la finanza internazionale, la colpevole della situazione. Nessuno insegue nessuno pregandolo di accettare un prestito. Chi contrae un prestito e poi non è in grado di rimborsarlo è l’unico colpevole dei guai in cui può trovarsi.

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