"Vallanzasca", finalmente nelle sale il film scandalo

Giovedì, 13 gennaio 2011 - 12:27:00

kim rossi stuart
Il protagonista
"In questo film non troverete la verità sul caso Vallanzasca.  Perlomeno non ne troverete una sola.  Perché questo e' un film non un'inchiesta.  Non condanna. Non assolve. Racconta una storia.  La storia di una banda, la storia di una Milano che non esiste più,  ma restano veri e crudi il dolore di chi ha subito queste violenze". Nella cartella stampa di "Vallanzasca" questo avviso è scritto con evidenza. D'altronde, è da mesi che il film diretto da Michele Placido con Kim Rossi Stuart nei panni del bandito fa discutere. Nel cast ci sono anche, tra gli altri, Filippo Timi e Valeria Solarino. L'attesissima pellicola sarà nelle sale dal 21 gennaio.

 

IL TRAILER

LA TRAMA -  1985. Vallanzasca Renato, matricola 38529H,  nato a Milano il quattro maggio 1950, è rinchiuso in una cella di isolamento nel braccio di rigore della casa circondariale di Ariano Irpino. La sua propensione per il crimine si era rivelata sin da bambino quando, a nove anni, con la sua piccola banda libera una tigre da un circo. Così piccolo, ha già la stoffa del leader. Gli altri ragazzini, Enzo, Giorgio e Antonella, la “sorellina” venuta da Napoli, pendono dalle sue labbra. E quella prima ragazzata, che gli apre le porte del carcere minorile, segnerà la sua strada per sempre. Una volta uscito, dai piccoli furti nel quartiere passerà in rapida escalation alle rapine, ai sequestri di persona, agli omicidi. Renato Vallanzasca diventa “il boss della Comasina”. 1972. Quartiere Giambellino. In un locale, dove si trovava con gli amici Enzo (Filippo Timi), Nunzio (Lino Guanciale) e Rosario (Nicola Acunzo), Renato (Kim Rossi Stuart) incontra Consuelo (Valeria Solarino) che diventerà la sua compagna e la madre del suo unico figlio. In quegli anni la banda Vallanzasca si dà alla bella vita - locali di lusso, donne e champagne - in una Milano non ancora da bere in cui il mondo della mala è dominato dal potere incontrastato di Francis Turatello, detto “Faccia d’angelo” (Francesco Scianna). Un periodo d’oro che viene interrotto dal primo arresto di Renato, accusato di una rapina ad un furgone portavalori e trasferito nel carcere di San Vittore, da cui riesce ad evadere dopo 4 anni e mezzo. Intanto la banda della Comasina si allarga, con l’ingresso di Fausto (Gaetano Bruno), Sergio (Moritz Belibtreu) e Beppe (Paolo Mazzarelli) mentre il conflitto con Turatello diventa sempre più aspro. Anche il tentativo di Antonella (Paz Vega), l’ amica d’infanzia di Renato, di organizzare un incontro chiarificatore fra i due boss si risolve in un fallimento e così fra le due bande si scatena una lotta senza quartiere che mette a ferro e fuoco la città. I giornali titolano: “Il bandito Vallanzasca e Faccia d’Angelo padroni della città”. In un crescendo di violenza e brutalità, la banda Vallanzasca consuma un omicidio dopo l’altro: al casello di Montecatini perde la vita un poliziotto della stradale, nel corso di una rapina in banca viene colpito a morte un impiegato, poi – nel tentativo di rubargli l’auto – viene ucciso anche un medico che aveva commesso il solo errore di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Così la fama della efferatezza della banda continua a crescere insieme alla notorietà di Renato Vallanzasca.  A questo punto, Vallanzasca decide di fare il salto di qualità e di allargare l’attività entrando in un mercato più remunerativo e meno rischioso, quello dei sequestri di persona. Il primo ostaggio è Nicoletta (Monica Barladeanu), una bella ragazza di famiglia facoltosa che viene liberata in cambio di un  riscatto. Ma poi l’uccisione di due poliziotti presso il casello di Dalmine segna il destino di Vallanzasca che, ferito e fuggito a Roma, viene arrestato dopo poco. Il periodo di detenzione nel carcere romano di Rebibbia gli offre l’occasione di un chiarimento con il nemico giurato Francis Turatello. I due approfondiscono la loro conoscenza al punto da  diventare amici fraterni e in questa nuova situazione prende corpo l’idea del matrimonio di Renato che vedrà proprio “faccia d’angelo” suo testimone. I due scelgono una ragazza nel mucchio di quelle innamorate del bandito. In realtà il matrimonio servirà a sancire, davanti a tutta la mala milanese e italiana, il nuovo sodalizio tra i due ex-nemici. Le nozze fra Renato Vallanzasca e Giuliana Brusa (Federica Vincenti) vengono celebrate in carcere. Antonella è la madrina della sposa.  Ma i festeggiamenti durano poco, il giorno dopo Vallanzasca viene trasferito a Milano per il processo. Gli anni successivi saranno scanditi dai passaggi da un carcere all’altro: Novara, Ariano Irpino, Asinara. Nel frattempo Turatello, a seguito di una sanguinosa faida che si scatena all’interno delle carceri, viene massacrato a Badu e’ Carros, da un gruppo di criminali probabilmente guidati da un suo ex sgherro, Donato (Lorenzo Gleijeses).  E sarà proprio durante il viaggio in nave per la Sardegna, che il boss tenta con successo l’ennesima evasione, trovando una via di fuga attraverso un oblò. Torna a Milano e – dopo una visita ai genitori - rivede Antonella, la donna che gli era stata accanto da tutta una vita. Un incontro che prenderà una piega inattesa, per entrambi. Ma il tempo non aspetta e la latitanza di Vallanzasca si conclude in una sera d’estate.


PARLA IL REGISTA MICHELE PLACIDO - Ho accolto con entusiasmo l’offerta di dirigere un film su Vallanzasca pur sapendo che il progetto sarebbe senz’altro stato oggetto di grande clamore mediatico. Ma è un rischio che si corre quando si decide di raccontare una storia i cui protagonisti sono ancora in vita e soprattutto quando, pur con tutto il rispetto possibile, si sfiorano delle ferite ancora aperte, che purtroppo non saranno mai sanabili. Non è stata un’impresa facile – tanto è vero che ci sono state 4 revisioni di sceneggiatura - ma io avevo in mente un’idea precisa che ha preso forma quando ho cominciato a pensare a Kim Rossi Stuart nel ruolo del protagonista. Non mi interessava il libro di Vallanzasca e non mi interessava entrare nel merito della vicenda. Quello che trovavo stimolante da un punto di vista artistico e creativo era entrare nella mente di un criminale per capire, con un approccio asettico e quasi entomologico lontano da qualsiasi giudizio morale, cosa si prova a stare in bilico fra la normalità e la devianza, a trovarsi al bivio fra il bene e il male e a scegliere deliberatamente il male.  L’idea di offrire a Kim Rossi Stuart il ruolo del protagonista è stata decisiva. Lo conoscevo da anni, avevo già lavorato con lui in “Poliziotti”, film di Giulio Base del 1994 in cui lui interpretava un poliziotto ed io ero un delinquente incallito. Ero certo che nei panni di Renato Vallanzasca avrebbe dato il meglio di sé, e in realtà Kim è stato veramente straordinario. E proprio perché volevo che entrasse pienamente nel ruolo, ho desiderato che il suo coinvolgimento nel progetto fosse totale, tanto da chiedergli anche di partecipare alla stesura finale della sceneggiatura - certo che un suo contributo già in fase di scrittura avrebbe dato un valore aggiunto alla narrazione cinematografica. Insomma, ho fortemente voluto che in questo film il protagonista fosse anche un po’ co-regista, un co-regista con cui il rapporto è stato sempre ottimo, al di là di qualche scontro acceso ma inevitabile quando sono in gioco due personalità forti come le nostre. E sono molto soddisfatto di tutto il cast che si è messo al servizio della storia ed ha contribuito a creare il clima di quegli anni e quell’atmosfera “milanesità” necessaria per l’ autenticità del racconto. Grazie ad una formula di co-produzione internazionale abbiamo infatti potuto contare su un cast internazionale, con la spagnola Paz Vega, che è un’intensa Antonella, il tedesco Moritz Bleibtreu (noto in Italia per “Soul Kitchen” e “La banda Baader Meinhof”) o la rumena Monica Barladeanu, recente protagonista del discusso “Francesca”. E poi fra gli italiani ho lavorato con alcuni fra gli attori più rappresentativi nell’attuale panorama cinematografico: Filippo Timi nel ruolo di Enzo, Valeria Solarino è Consuelo, mentre Francesco Scianna è il boss Francis Turatello. Il ruolo di Enzo, il “tossico” della banda Comasina, l’amico d’infanzia di Vallanzasca ma anche il personaggio forse più difficile e controverso, è interpretato da Filippo Timi, un talento puro, che riesce a restituire al suo personaggio quella follia che lo contraddistingue, a farci sentire il demone che lo abita. Non per niente le scene che prediligo sono proprio un paio di sequenze fra Renato ed Enzo girate in carcere, a San Vittore, in una situazione non proprio facile. C’è un dialogo fra i due particolarmente drammatico : è una specie di resa dei conti fra il boss che rivela tutta la sua spietatezza e il “fratellino”, disperato ma irredimibile, con cui era cresciuto. Una discesa negli inferi di due esseri che sono entrambi fatalmente, irrimediabilmente dannati e senza possibilità di redenzione. Kim e Filippo sono stati così bravi, il loro respiro era così perfetto, che non abbiamo neanche dovuto ripetere il ciak, era “buona la prima”. Una scena che mi ha commosso proprio perché viene fuori l’essenza emotiva dei personaggi, la loro follia, il buio della loro mente. Non è cronaca, qui siamo proprio all’inferno. E credo che proprio questo viaggio sotterraneo nel disordine mentale e nella dannazione, al di là di ogni censura preventiva, sia la chiave ed il senso di film come questo. La normalità è meno cinematografica della devianza ed io credo che il cinema debba fare anche questo: andare in fondo a storie disperate, scendere negli abissi del male,  sporcarsi le mani. Se raccontassimo solo le luci e non le ombre, se ci occupassimo solo di vicende esemplari, forse racconteremmo delle verità parziali e forse non capiremmo mai i periodi bui della nostra storia. A chi mi chiede che rapporto ho avuto con Vallanzasca, non ho molto da dire. E’ chiaro che provassi un po’ di inquietudine nei suoi confronti, tutti noi nutriamo dei pregiudizi verso chi è stato uno dei criminali più pericolosi del dopoguerra. Ma lui sapeva che io sono un regista che concede poco agli altri e che non avrei fatto sconti. Mi auguro che il pubblico comprenda il lavoro che abbiamo fatto, che apprezzi la bellezza e la potenza delle immagini, la forza degli attori, la dolorosa intensità della vicenda. Che viva le emozioni che abbiamo vissuto girando il film e lo stupore provato di fronte al perché un ragazzo della porta accanto, intelligente, giovane e bello, abbia scelto di diventare un”bastardo senza gloria”, un “angelo del male”.

 


 

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