Da Uomini che odiano le donne la protagonista Noomi Rapace: la forza di Lisbeth mi fa paura
| Cinema/ Il 29 maggio esce il film 'Uomini che odiano le donne'
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Come si è calata nel personaggio di Lisbeth?
Nel libro la protagonista era descritta come un super eroe di un film d’azione: quasi anoressica ma dotata di una forza incredibile. Una visione poco realistica che il regista non ha voluto seguire. La mia Lisbeth è molto maschile, dura ma più veritiera. Ho dovuto sottopormi ad una lunga preparazione per interpretare questo ruolo: sono andata a lezioni di lezioni di kickboxing per costruirmi i muscoli ed ho dovuto imparare ad andare in moto.
Ha dovuto anche farsi tatuare tutto il corpo… 
No, il tatuaggio che ho dietro la schiena è l’unica cosa finta! L’abbiamo importato dall’America. Per il resto la trasformazione del mio corpo per interpretare Lisbeth è stata totale.
Quanto c’è di lei nel personaggio?
Ho cercato di tirare fuori la Lisbeth che è in me: un personaggio molto complesso ma comprensibile. Sul set ho dovuto trovare la sua energia e mantenerla per tutta la durata delle riprese, non è stata un’impresa facile.
Non l’ha spaventava incarnare quella che è considerata "l'icona letteraria" del nuovo millennio?
No, insieme al regista, abbiamo deciso di non farci influenzare dal peso delle aspettative derivante dal successo del romanzo. Non si può piacere a tutti e non si può decidere a tavolino di realizzare un’interpretazione perfetta, aderente al personaggio letterario. Quindi ho deciso di lasciarmi alle spalle il libro e di lavorare concentrandomi sulla figura ritagliata per me dallo sceneggiatore e dal regista,
Dove risiede secondo lei il fascino di questa donna?
Credo che alla gente piacciano i personaggi “underdog”, i perdenti come Lisbeth. Ma lei è una vittima che reagisce, non è una donna che si piange addosso, che si flagella, ma una che cerca ed ottiene la sua vendetta. E’ una donna che reagisce alla violenza che ha subito fin dall’infanzia, dal padre e dalle istituzioni e non si colpevolizza come fanno quasi tutte le donne. E’ una combattente, una che lotta per sopravvivere e non si commisera. E’ l’enorme carico di energia che sprigiona ad affascinare il pubblico, soprattutto quello femminile.
Quanto è stato difficile girare la scena dello stupro?
Moltissimo. Avevamo preventivato di realizzarla in quattro giorni ma poi l’abbiamo girata in otto. Le due scene di violenza sessuale sono state le più difficili per me. Non tanto quella in cui la subisco ma, soprattutto, quella in cui la metto in atto.
Ho avuto paura della Lisbeth che si era impadronita di me perché mentre giravo pensavo che era giusto fare violenza all’uomo che mi aveva stuprata. Ho scoperto dei sentimenti dentro di me non conoscevo. Ora che sono fuori dal personaggio penso che forse quello non è il modo più giusto di reagire perché quel tipo di violenza si giustifica in quanto riparatrice dell’umiliazione che ha subito la donna.
Non crede che una rivincita al femminile sia giusta?
Osservo le donne esultare quando vedono la scena in cui mi prendo la mia vendetta. Credo che sia giusto reagire alla violenza, ma sono una fautrice della parità fra uomo e donna e non trovo giusto che la violenza vendicativa di una donna sia più giustificata di quella di un uomo.
Rapace è un cognome di origini italiane?
No, non ho origini italiane. In realtà il cognome di mia madre è francese. Rapace è uno pseudonimo che ho adottato. L’ho scelto perché sono affascinata dagli uccelli rapaci e dal fatto che vivono sempre in coppia.
A Cannes ha avuto un’accoglienza da diva hollywoodiana, ha avuto delle proposte?
Per il momento girerò un altro fin in Svezia che si chiama Svinalangorna per la regia di Pemilla August. E’ una storia drammatica ambientata negli anni 70 che racconta le vicende una donna che vive in un ambiente dove gli abusi e l’alcolismo fanno da padroni.
Oriana Maerini



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