Scrittori esordienti? Tra gli addetti ai lavori c'è scetticismo... L'INTERVENTO
LO SPECIALE
di Stefania Leo

(Ufficio commerciale Avagliano editore)
Nuovi esordienti italiani? Mmm, lo scetticismo serpeggia fra gli addetti ai lavori, soprattutto commerciali. Prendete ad esempio l'annuncio dell'uscita di "Bianca come il latte, rossa come il sangue" di tale Alessandro D'Avenia, insignito del pesante titolo di successore di Paolo Giordano.
Paolo Giordano è stato un caso di ottimo editing e ottimo passaparola. Paradossalmente poteva finire tutto in una bolla di sapone come per il caso di "L'effetto secondario dei sogni", sempre Mondadori, stesso anno. Ma non è andata così e sappiamo bene, tutti, che il lettore è un animale misterioso.
Tuttavia, siccome anche noi di Avagliano Editore stiamo per pubblicare l'opera prima romanzesca di un esordiente italiano di razza, in gamba, amato da Luisa Adorno, stimato da Raffaele La Capria e presentato da Massimo Onofri, nonchè consigiato da Antonio Pascale, mi sento di dire che forse qualcosa di nuovo c'è nella narrativa italiana.
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Quel qualcosa si annida a metà strada tra il New Italian Realism e il New Italian Epic. Il romanzo a cui faccio riferimento, Il figlio del figlio di Marco Balzano, ne è un esempio. Tutto parte da una casa da vendere, fastidio in una vita narrata con i dovuti firerimenti a precariato lavorativo e distanza valoriale con la famiglia di prima generazione.
L'epica del ricordo e dell'avventura sboccia nel rapporto con la terza generazione al passato, ovvero i nonni. Un filone di riflessione inaugurato da Nicola Lagioia con Riportando tutto a casa pubblicato dai tipi di Einaudi. E tutto condito con una Puglia anni '70 '80 e '90 che molto ha da dire a tutti noi: da sempre regione silenziosa, in realtà è culla di una complessità etica che solo alcune buone voci stanno portando fuori ora. Anche il cuore narrativo de Il figlio del figlio ha il cuore nella Puglia del Nord, per la precisione Barletta. Spirito del tempo, insomma.
![]() D'Avenia & Giordano |
Questa la situazione attuale: sprazzi di luce nel buio dei soliti polpettoni commerciali, rimpasti editoriali, pregevoli sconosciuti e tronfi conosciuti. Ma il punto che deve spronare la discussione è in ciò che Bonaldi chiama "mancanza di potenza di scrittura". Invito i professionisti del settore, commerciali e non, a definire cos'è per loro la potenza di scrittura.
Chiedo a chi di colpi non ne ha sbagliati nessuno con gli esordienti (e non so davvero di chi si possa parlare), o a chi continua ad importare ottima narrativa straniera di ampio respiro. Personalmente ho visto sprigionare potenza di scrittura da libri come "Come ho perso la guerra" di Filippo Bologna, giustamente premiato dal pubblico e dalla critica. Un libro che parla della Storia, della Famiglia, del tempo che cambia e della lingua, sempre preziosa e cara.
Spero in uno stimolante confronto, altra cara abitudine da non dimenticare...



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