A tu x Tv/ Sanremo? Una lunga, tediosa, teoria di canzoni

Mercoledì, 18 febbraio 2009 - 12:40:00

Di Mariano Sabatini
m.sabatini@libero.it

A tu x tv/ Bonolis vale davvero un milione di euro? Anche di più...

Fiumi di inchiostro, polemiche, veleni… alla fine il 59° Festival di Sanremo a cosa si riduce? A una lunga, a tratti tediosa, teoria di canzoni a cui spesso si addice il diminuitivo. Ieri sera, oltretutto, mi sono trovato sovente a dover spostare le ragnatele dal video per poter assistere allo spettacolo: gente come Al Bano, Fausto Leali, una loffissima Patty Pravo (intoccabile e proprio per questo deludente, imparagonabile alla performance di “E dimmi che non vuoi morire”), Iva Zanicchi, Pupo arrivava direttamente dalla soffitta impolveratissima della discografia italiana.


Patty Pravo sul palco del Teatro Ariston (Emmevi)

Va bene che tra i trecento giurati ci sono anche i settantenni; ma uno di questi che esce di casa, affronta il caos e il traffico o da Sgurcola Marsicana raggiunge un music store, per acquistare un disco del Ghinazzi lo vorrei vedere in faccia. Sarebbe da clonare per la sopravvivenza della Jurassic music, all’insegna della melodia che fu. Saranno stati quei giurati attempati a piantare le scintillanti dentiere nei polpacci di due  rappresentanti della musica del terzo millennio: Afterhours e Tricarico (quest’ultimo, ironico, raffinato), eliminati al primo turno.

Che dire della desaparecida Mina? Per aprire la manifestazione canora, ha scelto di cantare “Nessun dorma”, e sembrava un’intimazione per scongiurare cali di audience. Della Tigre di Cremona si sono visti solo gli occhiali in cinemascope. Molto rumore per nulla, insomma. Una presenza-non presenza talmente discreta, defilata, da risultare trascurabile, o quasi.  

Chi non è passato inosservato, e si è guadagnato il cospicuo cachet praticando una bella iniezione agli ascolti, è Roberto Benigni. Ha strappato risate con le sue boutade politiche ma ha soprattutto ristabilito gli equilibri della par condicio sessuale recitando un brano, bello, dal “De profundis” (1905) di Oscar Wilde, processato e condannato per omosessualità. Se Povia racconta rozzamente che “Luca era gay” ed è poi rinsavito, l’attore e regista toscano ha voluto ricordare che le discriminazione fanno male. Potevano (e possono) portare alla tomba. Misuriamo perciò le parole. A tal proposito è da sfatare il mito del presentatore forbito. Paolo Bonolis sembra invece uno di quegli studenti furbetti che per far colpo sulla prof si mette a compulsare il vocabolario, tirando fuori parole a caso come dal bussolotto della tombola. Folgorato sulla via della sordiana romanità, Bonolis usa dieci parole laddove potrebbe usarne due. L’esito, quando non legge il gobbo e va a braccio (come nel question time mattutino coi giornalisti su Raiuno), è esilarante e fastidioso insieme.   

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