Le rivelazioni di Valeria Marini
Dal Capitolo "Mon Amour"
Mom, mother, mummy: ci sono tanti modi di dire mamma, ma una sola maniera di esserlo per tutte le donne. Un istinto naturale che anch'io sento sempre più forte e che purtroppo non sono ancora riuscita a esprimere.
Per fare un figlio, infatti, bisogna essere in due, e non solo al momento del concepimento. Proprio perché durante l'infanzia ho sofferto immensamente per la divisione dei miei, non vorrei mai che la mia creatura crescesse tra genitori separati: con i genitori a intermittenza. Così ho iniziato a cullare l'idea di un bimbo solo dopo un paio d'anni che stavo con Cecchi Gori, quando era maturata anche l'intenzione di sposarci. Vittorio sentiva il desiderio di metter su famiglia con me perché era innamorato follemente.
Quanto a me, ero pronta al grande passo della maternità e, nonostante i problemi e le discussioni, il nostro rapporto era consolidato privatamente e pubblicamente.
Scherzando sulla nostra unione tanto profonda quanto esplosiva, Simona Izzo ci chiamava «Nitro e Glicerina».
Purtroppo, il primo tentativo di maternità si è interrotto bruscamente. Da un mese non avevo il ciclo ed ero certa di essere finalmente incinta. Il medico mi aveva imposto il riposo assoluto perché - come avrei scoperto in seguito - faccio fatica a portare avanti le gravidanze. Ma il mio stile di vita iperattivo non era cambiato minimamente e così una sera, dopo un'ennesima lite con Vittorio, ho avuto una tremenda emorragia. Non mi sono neanche fatta ricoverare: non volevo sentirmi dare la ferale notizia che avevo perso mio figlio. Un trauma che avevo già vissuto da giovanissima ai tempi della storia con Giovannino.
Con Vittorio ci abbiamo riprovato verso la fine del rapporto... Forse un bambino avrebbe risolto tanti problemi, anche se un figlio non deve mai essere concepito come collante per rimettere insieme i cocci di una relazione. Sognavo una femmina o meglio ancora due gemelli di sesso diverso in un colpo solo. Finalmente, qualche mese prima di girare lo spot «Videochiamami», sono rimasta di nuovo incinta. Questa volta ero disposta a qualsiasi sacrificio e pronta a rispettare nove mesi di riposo assoluto - una sfida quasi impossibile per un'«energetica» come me - ma quando ho dato la bella notizia a Vittorio, la sua risposta è stata: «E come facciamo ad andare in barca?». Intendiamoci bene: una battuta così infelice non era sufficiente a dissuadermi dall'idea della maternità, ma per portare avanti la gravidanza avevo bisogno di serenità. E questa, purtroppo, non potevo fabbricarla con le mie mani, per quanto ci provassi in tutti i modi.
Vittorio era un uomo troppo iracondo. Il che, oltre a rendermi la vita impossibile e la gestazione difficile, mi preoccupava anche per il futuro di nostro figlio. Che padre sarebbe stato? Quale modello avrebbe offerto al piccolo? E se avesse continuato a mancarmi di rispetto in pubblico anche di fronte al bimbo, come sarebbe cresciuta questa creatura? Di comune accordo abbiamo deciso di interrompere la gravidanza, ma non ho mai smesso di pensare a un figlio. Qualche anno fa ho cercato di adottarne uno. La legge italiana però non me lo consente perché sono single. Per questo ho lanciato un appello pubblico affinché lo Stato adegui una regola che mi sembra fuori dal tempo. Se una persona ha i mezzi per farlo e può dare udopportunità a un bambino dal futuro incerto, perché ostinarsi a impedirlo? E forse meglio che questa creatura resti da sola in un orfanotrofio? Semmai avrei qualche perplessità sull'inseminazione artificiale. Il «concepimento in proprio» mi sembra che segni, ancor prima della nascita, il destino di un piccino con una famiglia a metà. Ma quando si parla di «mom amour» non si può mai generalizzare.
Ogni donna ha il diritto di esprimere il suo personale sentimento materno.



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