L'enciclopedia della critica tv. In libreria "La coscienza di Mike" (Mursia)

Giovedì, 3 dicembre 2009 - 12:59:00

"La tivù è la fabbrica dei cretini": il lapidario giudizio, datato 1965, è firmato da  Giovannino Guareschi. Il creatore di don Camillo, per quattro anni titolare della rubrica Telecorrierino delle famiglie sul settimanale Oggi Illustrato, è stato  uno precursori della critica televisiva in Italia.

Guareschi amava poco la tivù, e ancora meno la pubblicità. Tuttavia, come Achille Campanile e Luciano Bianciardi, fu uno dei grandi scrittori che nei primi anni Sessanta  aiutarono gli italiani a scoprire il piccolo schermo. A tracciare l'albero genealogico dei critici e del rapporto di amore-odio che li ha uniti alla televisione è Nanni Delbecchi, giornalista, scrittore e autore del saggio "La coscienza di Mike" ( Mursia, pagg. 160, euro 14,00) in libreria in questi giorni.

Il rapporto tra la tivù e i suoi critici è stato complesso sin dall'inizio. Prima ancora del fatidico 3 gennaio 1954, data d'inizio delle trasmissioni Rai, firme illustri  del giornalismo come Paolo Monelli, Luigi Barzini jr, Giorgio Bocca avevano lanciato grida d'allarme. Monelli temeva che la "nuova piazza elettronica" sostituisse "le nostre meravigliose piazze vere", mentre altri sospettavano la nuova venuta di diffondere una cultura di basso livello.

Nella storia della critica televisiva si possono distinguere tre ere: la prima pionieristica che va dalla seconda metà degli anni Cinquanta agli inizi degli anni Ottanta. E' il periodo in cui scrivono Bianciardi, Campanile, Guareschi, l'anglista Gabriele Baldini (critico per il Mondo di Pannunzio); Sergio Saviane sull'Espresso, Alberto Bevilacqua e Pier Paolo Pasolini per il Corriere della Sera e persino un insospettabile Gian Carlo Fusco che a 65 anni firma la rubrica Pollice Verso sul Il Giornale d'Italia.

Se Bianciardi, Campanile e Guareschi hanno raccontato la tivù come un soggetto letterario, ciascuno con il proprio inconfondibile stile, il primo a fissare i paradigmi della critica televisiva intesa come diario quotidiano "che seleziona ciò che di memorabile (o di stomachevole) ha passato il convento televisivo" è stato Ugo Buzzolan, per trentacinque anni titolare di una rubrica quotidiana su La stampa. "Buzzolan faceva prevalere il cronista sull'intellettuale, prese sul serio una materia che i più tendevano a snobbare: criticare la tivù divenne semplicemente il suo mestiere" scrive Delbecchi raccontando il rito della stanzino in cui per anni, ogni sera alle 21, Buzzolan si chiudeva per guardare la tivù senza disturbare e essere disturbato.

A Buzzolan va il merito di aver dato un metodo alla critica tivù ma spetta a Beniamino Placido quello di aver inserito la tivù nella discussione culturale in Italia e di aver aperto la seconda Era della critica televisiva. Nel 1985 su la Repubblica, allora diretto da Eugenio Scalfari, debutta Beniamino Placido con la sua rubrica A parer mio. La tivù entra da quel momento a pieno titolo nel dibattito culturale e nasce  la critica d'autore in cui tra gli altri si cimentano: Omar Calabrese, Sandro Bolchi, Enrico Vaime, Oreste del Buono.

Nei primi anni Novanta, periodo di grande trasformazione per il sistema televisivo, la critica tivù entra nella sua terza fase: meno recensioni e più cronache. Con poche eccezioni, come Aldo Grasso che riesce a coniugare pareri e notizie, la razza dei critici tv sembra arretrare ma, per contro, dilaga sul web il recensore fai da te. Nel 2005 nasce Tvblog.it da quel momento la critica trasmigra sulla rete. "Dove il pensiero critico tende a polverizzarsi in cerca di una nuova identità. Da questo punto di vista la critica televisiva e in posizione di vantaggio: un'identità certa non l'ha mai avuta", conclude Delbecchi.
 
La coscienza di Mike di Nanni Delbecchi è edito nella collana Media Mursia, diretta da Francesco Specchia.

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