Hollywood, le interviste difficili alle star anni '70
di Benny Manocchia
Trentacinque anni fa, intervistare i big del cinema USA era molto difficile, specialmente per un giornalista non americano. Io ero il corrispondente da New York della Rusconi e tutte le testate mi mandavano praticamente ogni giorno, richieste per un articolo su un dato soggetto ma soprattutto interviste con le star hollywoodiane. Una parola! Molti colleghi italiani a New York, si meravigliavano: "Di che ti preoccupi? Inventa, inventa". Ma non ci sono mai riuscito. Così chiedevo l'aiuto dei produttori. Spesso erano scialbe chiacchierate con attori o attrici stanchi, risposte fritte e rifritte, qualcuno addirittura diceva chiaro e tondo di non apprezzare la stampa italiana. Negli anni Settanta Robert Redford era il più richiesto, che dico il "dio di Hollywood!". La giovane Brooke Shields la dea. Da Milano giungevano forti pressioni, alcune anche scherzose: "Se non intervisti Redford non ti faremo più rientrare in Italia". Scherzavano? Qui, in America, ricevevo risposte negative dai produttori, dagli assistenti, dagli addetti stampa, dalle segretarie e perfino le persone addette a rifare il letto del "grande Bob" mi dicevano senza pietà: lascia perdere...
![]() Robert Redford |
Poi ci fu il miracolo. Mi chiesero di intervistare il produttore Dino de Laurentiis per "Il settimanale". Con lui, con il "nostro", non ci furono problemi. Ecco, lo conobbi e subito pensai: quando gli inglesi inventarono la parola "gentleman", di sicuro avevano in mente Gregory Peck e Dino de Laurentiis. Si dimostrò subito cortese, simpatico, sempre con un mezzo sorriso di uomo che aveva vissuto una vita intensa. Il suo italiano perfetto diventava ancor più interessante allorchè ci aggiungeva un pizzico di napoletano. Così ebbi la forza di chiedergli di darmi una mano. Dovevo assolutamente (ne andava di mezzo la mia vita) intervistare Robert Redford che in quel periodo stava girando per lui il film "Tre giorni del condor". Detto, fatto.
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Con Redford, poi, non andò molto bene, lui chiaramente apparteneva al gruppo dei W.A.S.P (White Aglo-Saxon Protestants = protestanti, bianchi e anglosassoni) anti-italiani. Ma questo è un altro ragionamento. Più tardi Dino mi aiutò a intervistare Brooke Shields, anche lei sotto contratto con il produttore italiano. L'intervista andò bene fino a quando non intervenne la madre della giovane attrice, che più tardi scoprii essere una autentica rompiscatole. Un'altra volta dovevo intervistare il regista Robert Altman (quello di MASH).Quando lo raggiunsi al telefono, Altman mi chiese, senza tanti complimenti: "Come fai ad avere il mio telefono privato?" Gli dissi: "Me lo ha dato mister de Laurentiis". "Ah, si, bene, dimmi come posso aiutarti". L'8 agosto Dino de Laurentiis compirà 90 anni, proprio mentre finisce di girare il suo 600° film. Il governatore della California, Arnold Schwarzenegger (scoperto e lanciato da de Laurentiis) sta organizzando un "Dino de Laurentiis day".
![]() Arnold Schwarzenegger |
Dino intanto oggi lavora al sequel di "Barbarella", il film di Roger Vadim con Jane Fonda del 1968. Sorride, accende un cigarillo che sprigiona una piccola nuvola di fumo come si vede in certi film allorchè sta per arrivare il ricordo di un momento: forse, il ricordo dei suoi sei fratelli con i quali lavorava nel pastificio di suo padre a Torre Annunziata. Dino era ancora Agostino, in quel periodo. Ne ha venduto quintali di pasta, Agostino, anche se lui faceva quel lavoro di controvoglia. Da giovane amava il cinema, gli attori, le attrici. Una volta, a Roma per vendere un po' del prodotto di suo padre, il giovane de Laurentiis vide un poster del centro sperimentale cinematografico che cercava allievi. Si buttò subito nella mischia e riuscì a fare un film diretto da Pietro Germi. Però il suo vero sogno era dirigere e produrre film. Rossellini, De Sica, Fellini, Lattuada e de Laurentiis crearono film molto apprezzati a Hollwyood. Anzi, un po' anche invidiati: 'Roma città aperta', 'Sciuscià', 'Paisà', 'Ladri di biciclette'. Era nato il neorealismo, che più tardi la mecca del cinema tentò di copiare, senza riuscirci. Negli Stati Uniti gli hanno assegnato Oscar, medaglie, diplomi di riconoscimento, lo hanno osannato, tra l'invidia e la gelosia dei produttori di questa nazione. Dino ha sempre cercato di lanciare nuove idee nel mondo fantastico del cinema. Il destino, che come si sa è spesso crudele, lo costrinse a piangere suo figlio Federico, che perse la vita mentre girava un cortometraggio in Alaska. Oggi la sua seconda moglie Martha, lo segue e lo cura mentre svolge anche il lavoro di produttrice. La vita di Dino in California è senza scosse. Sente la nostalgia dell'Italia ma di viaggiare oggi non ne ha molta voglia. Cos'altro c'è da ricordare? Ah, si: 'La strada' con Anthony Quinn e Giulietta Masina, che gli americani criticarono, ma poi dovettero rimangiarsi tutte le frasi stolte dette. Jessica Lange chiamò Dino proprio mentre stavo lo intervistando e lui, a un certo punto, ricordo bene, le disse: "Aggiustati i denti, metti su un po' di seno e farò di te una star". Aveva visto bene e se ne accorsero un po' tutti quando Jessica apparve nel film "King Kong". Potrei andare avanti così per un bel po': Dino de Laurentiis è uno di quegli italiani che è andato a mettere a frutto il suo genio in un'altra nazione. Fantastico acquisto di Hollywood. Miserabile perdita dell'Italia.



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