Altro che università… la filosofia si studia guardando “Lost”

Venerdì, 3 aprile 2009 - 09:00:00

Pochi giorni fa, commentando sul quotidiano Repubblica l’uscita di questo libro-provocazione, lo scrittore Gabriele Romagnoli si è chiesto se è possibile parlare di “philosophy fiction”, una filosofia, cioè, che ha per oggetto le serie tv. La risposta è sì: basta soffermarsi sulle dinamiche delle varie puntate per rendersene conto; basta, quindi, andare oltre ai significati superficiali e a una lettura di primo livello dell’opera in questione ideata da J.J. Abrams, Damon Lindelof, Jeffrey Lieber.

I temi, mai banali, trattati dai geniali sceneggiatori di “Lost”, sono estremamente umani e reali (anche se accompagnati da un’atmosfera ai limiti della fantascienza), e quindi di per sé filosofici: la morte, la solitudine, il rapporto tra spazio e tempo, la separazione (fisica e/o mentale) dalla realtà. Questi appena citati sono solo alcuni degli spunti filosofici possibili. Tante le domande che la fiction impone, senza che l’isola dia risposte, non possedendo la verità assoluta. Nel suo saggio Ragazzoni “apre botole, progetta mappe, sfida mostri e ridicolizza pregiudizi”, senza pudori intellettualistici, ma con rigore scientifico e capacità di andare in profondità nella storia e nel suo simbolismo già “sezionato” dagli esperti di semiotica (ma qui, per la prima volta, da un filosofo).

LOST - LA PARODIA

Entriamo un po' nel dettaglio. L'isola è una vera e propria entità metafisica. Regolata secondo una visione Panteistica: "Lei" si prende cura delle persone o si difende da esse, le aggredisce o le accoglie. Ha una volontà e dei sentimenti, oltre ai poteri guaritori con cui inevitabilmente vincola a sè chi la abita, diventandone un emozionante, a volte ostile, ma irrinunciabile rifugio. Quello che il mondo, dall'Australia agli States, non sa dare agli uomini, lo dà l'Isola. Dal farabutto che per solitudine e debolezza cade nei giri di truffa, al medico che rimpiangerà per sempre un rapporto col padre morto, all'orfana che erra senza affetti. Tutti, insignificanti nell'individualismo che rende soli e senza meta nel mondo reale finiscono per sentirsi portatori di un messaggio sull'isola, utili, quindi vivi. E questo è solo l'aspetto esistenzialista della filosofia di Lost. Dai rimandi Kierkegaardiani si passa in un attimo ad Einstein, la relavitità, il paradosso dei gemelli che sfida le leggi dello spazio-tempo. Nulla è sfuggito agli autori J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber. Neanche i nomi dei protagonisti: John Locke, Jeremy Bentham, Jeane Austen...

Per la cronaca, tutti li appassionati italiani di “Lost” (da noi è arrivato per la prima volta nel 2005, mentre negli Usa era “sbarcato” un anno prima), oltre a tutti quelli a cui è venuta la curiosità di capire se tanti attestati di stima per un prodotto televisivo siano effettivamente meritati, possono usufruire della serata speciale dedicata da Fox al serial, con il “ripassone” delle prime 4 stagioni, in programma giovedì 2 aprile a partire dalle 21.15, e curato da Carlton Cuse e Damon Lindelof. Ma è solo un gustoso antipasto. Da lunedì, poi, si comincerà a fare sul serio con la quinta “parte”: impossibile riassumere qui tutto in poche righe. Diciamo solo (consapevoli che i “non-adepti” potrebbero non capire) che nella stagione che sta per partire l’isola fa a meno del continuum temporale e salta di continuo da un un’epoca all’altra, e che per i sopravvissuti tutto si complica ulteriormente…

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