Far soldi prima che un film esca nelle sale
di Dom Serafini
Ecco tre titoli di giornali che danno un'idea dello stato in cui versa il cinema italiano: “Com'è triste Venezia”, riguardo al fatto che l'Italia non ha vinto nessun premio al Festival del Cinema. “[Gabriele] Salvatores: Il cinema italiano non riesce più ad emozionare”, e l'ultimo, l'affermazione più significativa fatta dal membro della giuria del Festival, Luca Guadagnino, “Malgrado il settore sia massacrato dai tagli siamo qui a rappresentare la cultura italiana”.
Cominciamo a dire che l'Italia vanta ottime maestranze, sia (in gergo) “above” che “below the line”: dalle luci alla fotografia, dagli sceneggiatori ai registi, dagli attori ai costumisti fino agli autori di colonne sonore. Il tutto, però, viene rovinato dai maldiretti sussidi statali. E' come se la cura abbia fatto ammalare il cinema italiano. Questo perché con il modello italiano, i sussidi vengo dati (con le necessarie pressioni politiche) alla produzione e quindi i film rimangono nel cassetto.
Appena lo stato taglia i fondi, ecco che il settore perde tutto e non, come afferma la giornalista Natalia Aspesi, perché serva “Piú coraggio ai nostri autori”. Il cinema italiano è, com'è stato scritto, “incapace di piacere all'estero” (e guardando il botteghino, anche in Italia) perché i sussidi statali ne distorcono l'elemento piú importante: quello commerciale.
Poi ci sono affermazioni come quelle del produttore Riccardo Tozzi, che di vendite all'estero ne dovrebbe capire, essendosene occupato tempo fa, “[Il presidente della giuria Quentin] Tarantino, cineasta geniale ma come giudice non appare abbastanza istruito”.
Peccato che ad ignorare i film italiani sia stata pure tutta la stampa estera presente a Venezia.
Poi la Aspesi ha denigrato Tarantino indicandolo come presidente di terza scelta, visto che i primi due non avevano accettato la presidenza della giuria.
Con il modello di finanziamento del cinema italiano i produttori fanno soldi prima che i film escano addirittura nelle sale, quindi è logico che pochi hanno veramente bisogno di produrre film a livello internazionale. Tant'è vero che a volte ai mercati audiovisivi, tante case di produzione italiane non inviano nemmeno le brochure dei loro film ai padiglioni-ombrelli di organizzazioni come l'Istituto per il Commercio Estero, essendo cosí poco interessati allo vendita all'estero.
Non si deve essere contrari ai sussidi, infatti molti paesi li erogano, inclusi Canada e Gran Bretagna. Il problema sono i sussidi che, come quelli italiani, fanno male al settore cinematografico, piuttosto che bene.
Con il modello italiano, i sussidi vengono dati alla produzione e, sommati a quelli provenienti dai diritti di distribuzione ed altre pre-vendite nazionali, fanno sí che il produttore resti appagato e demotivato nei confronti delle vendite all'estero, e di riflesso, disinteressato a produrre film d'interesse universale.
La soluzione migliore, ed è quella preferita da tutti i Paesi che vivono di esportazione: quella di premiare la vendita all'estero con sussidi al marketing, alla promozione e supporto per la presenza alle fiere internazionali.



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