Il cinema italiano? Noioso, ripetitivo, superbo...
di Gianni Pardo
Non solo non vado mai al cinema, ma la maggior parte dei film che propone la televisione mi annoia. Assaggio quelli di cui mi è stato detto molto bene dai critici e, ciò malgrado, la maggior parte delle volte li abbandono dopo cinque-dieci minuti. Gli amici che mi raccomandano dei film mi mettono in imbarazzo: come dire loro, poi, che all’opera d’arte che mi avevano tanto glorificato ho resistito solo ventuno minuti, prima di gettare la spugna? Lo riconosco, è colpa mia. E non sono colpevole solo di questo: ho anche un pregiudizio anti-italiano. Naturalmente, non dico che tutti i film italiani siano privi di gusto e raffinatezza: ci sono anche i film di Zeffirelli; non dico che non siano mai artistici: ci sono opere del neorealismo che giustamente fanno parte della storia del cinema; non dico che siano conformisti e ripetitivi: Federico Fellini è stato un innovatore e un visionario, a volte perfino vittima della sua fantasia (Satyricon). Ma qui non si parla di una dozzina di opere o poco più: si parla di centinaia e centinaia di produzioni, cioè di un’industria. E allora è lecito tracciare linee generali, riconoscere caratteristiche, identificare difetti.
Il cinema italiano sembra non credere che esista qualcosa al di là delle Alpi. I nostri registi non reputano possibile che il pubblico possa prendere sul serio un essere umano che non sia milanese, siciliano o romano, e che magari non parli in dialetto. Da noi non esiste l’uomo, esiste l’italiano che, in quanto tale, deve essere un impasto di debolezze e sentimenti, in modo da non potere in nessun caso essere un eroe. Questo spiega perché siamo stati afflitti da decine di film con personaggi come quelli interpretati da Alberto Sordi. Mai uno che avesse la grandezza di un Durand de la Penne, che pure è una figura storica. I nostri cineasti, all’idea di un eroe italiano, scoppiano a ridere. Se bisogna presentarne due – come i protagonisti della “Grande Guerra” – bisogna prima scusarsi presentandoli per più di un’ora come vigliacchi scansafatiche.
I film comici, poi, sono il peggio del peggio. L’italiano cinematografico è già spregevole, figurarsi quando si tratta di far ridere. Ed ecco una galleria di personaggi miserabili, avidi, vili e bugiardi, che ovviamente parlano in dialetto. L’idea di una comicità astratta come quella di Chaplin, o addirittura eroica come quella del Chisciotte, da noi non ha cittadinanza. Siamo convinti che gli italiani non abbiano il senso dell’umorismo. Qui la gag di successo è quella di uno che si siede su una sedia che non c’è. E avendo un mimo straordinario come Totò, gli abbiamo fatto fare film indecenti. Il film italiano è caratteristicamente provinciale, sentimentale e vile. È così strano che uno abbia voglia di scappare, sin dalla prima inquadratura?
![]() Alberto Sordi |
Gli americani fanno anche film che criticano aspramente il loro Paese, fino alla calunnia, ma i loro personaggi sono grandi. Grandi come il truce bandito Humphrey Bogart, come l’eroe senza macchia John Wayne, come lo straripante Orson Welles. Una folla di eroi positivi o negativi ma capaci di affrontare straordinarie avversità. La "one man war", la guerra fatta da un solo uomo, esprime la sotterranea voglia dello spettatore di vincere proiettivamente da solo contro tutti: e questo eroe ha avuto spesso il viso di James Stewart. C’è un James Stewart italiano? Magari è stato così più in passato che oggi, ma la professionalità e lo schema di Hollywood sono gli stessi. Ecco il merito (compensato dagli incassi) di quella grande filmografia: essa racconta storie che meritano di essere raccontate, non piccoli drammi di quartiere; ammette che il protagonista possa essere un uomo diverso dalla media; riconosce che un finale positivo – il famoso happy end – è meglio di un finale triste. E soprattutto non dimentica mai che il pubblico paga il biglietto perché vuole divertirsi, non perché vuole essere indottrinato.
E con questo si arriva all’ultimo, imperdonabile difetto della produzione cinematografica italiana "di alto livello". I nostri registi, ovviamente di sinistra, intendono con le loro opere inviare un messaggio, anch’esso ovviamente di sinistra, ad un pubblico stupido e becero da educare. Il risultato è che fanno film che non si vendono. Ecco perché, pur non avendo seguito il Festival del Cinema di Venezia, ho trepidato fino all’ultimo momento temendo che premiassero il film di Tornatore. Perché è giusto che abbia ancora una lezione una confraternita in cui tutti si lodano vicendevolmente, promettendosi grandi trionfi e passando poi con amara sorpresa da una trombatura all’altra. Quando in Italia impareremo a fare onesti telefilm come "Law and Order", forse meriteremo di vincere qualche premio. Perché avremo imparato che cos’è l’industria del cinema.



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