Where is the bottom?
Di Alessandro Fanfoni
Where is the bottom? Si chiedeva il NYT dinnanzi all’ennesimo record negativo del Dow Jones, sprofondato sotto quota 8.000 punti ai valori di cinque anni fa. Quando toccheremo il fondo e inizierà la rinascita? Nonostante che i ripetuti crolli delle borse mondiali abbiano falciato con furia iconoclasta i corsi azionari di tutti i comparti - dal bancario-assicurativo all’energetico, dall’automobilistico all’immobiliare - si ha l’impressione che la “correzione” non sia finita o che addirittura Wall Street debba ancora scontare la crisi di Main Street, con il crollo dei consumi, l’aumento della disoccupazione, il rincaro del credito, la spirale deflativa, insomma, la recessione.
Nell’immediato, uno spettro grava sulle sorti dell’economia reale: la crisi del settore automobilistico. Crisi mondiale che ha tuttavia in Detroit il suo epicentro. La sede delle tre grandi - GM, Chrysler e Ford – rischia, infatti, di passare da capitale dell’auto a capitale della disoccupazione, se Washington non varerà al più un presto un piano di salvataggio. I Repubblicani sono reticenti, così come una parte dei Democratici, ma l’America (l’America di Obama) non può permettersi il fallimento di GM che rischierebbe di essere per l’economia reale quello che il fallimento di Lehman Brothers è stato per il mercato finanziario: l’epicentro della crisi, il punto di non ritorno, ciò che in fisica potrebbe dirsi “l’orizzonte degli eventi”.
E dall’altra parte dell’Atlantico? L’Europa corre ai ripari, si sta attrezzando per arginare il ciclone che si abbatterà sull’economia reale; ma, ancora una volta, non sembra in grado di saper cogliere la guida dei processi di trasformazione mondiale. Dopo l’iniziale dinamismo diplomatico di Sarkozy, il protagonismo di Brown e della sua ricetta salva-banche, e nel doppio vuoto del ruolo di Berlino (vuoto economico, perché la Germania non riesce più ad essere la locomotiva del continente; e vuoto politico, perché la Germania della Merkel, come ha sottolineato Carlo Bastasin, è sembrata essere fino ad oggi un soggetto frenante) l’Europa sembra tornata al più classico dei clichés: una divisa e spaventata Europa delle nazioni, dove ciascuno cerca di salvare se stesso.
E l’Estremo Oriente? Mentre ogni mattina le borse asiatiche registrano, prima di tutti, la febbre dei mercati, coi loro tonfi desolanti e gli improvvisi rimbalzi, un solo dato sembra consolidarsi: la Cina, nonostante i morsi della crisi, si è aggiudicata il primato di maggior detentore del debito pubblico americano, per non parlare dei capitali dell’industria americana. Come a dire che la rivoluzione geopolitica-economica si è già compiuta.
Ora, è difficile dire se nell’attuale crisi sia all’opera una “distruzione creatrice”, nel senso di una trasformazione che, con l’avvicendarsi del paradigma tecnologico, distrugge l’esistente per far posto al nuovo.
Sicuramente la distruzione (di valore) è stata causata da un’innovazione finanziaria estremamente labile e fittizia, che tuttavia sta, tumultuosamente, allestendo le condizioni per un “salto” verso un nuovo paradigma economico-tecnologico. I leaders mondiali dell’economia e della politica, a partire da Obama, sapranno cogliere questa occasione?



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