Vivere senza Pil

Sabato, 9 gennaio 2010 - 12:40:00

Di Maurizio Franzini*

I numerosi limiti del Pil e, soprattutto, i suoi deboli, se non contraddittori, legami con il benessere sociale sono noti da lunghissimo tempo agli economisti, praticamente fin dal momento della sua introduzione. Il preziosissimo Rapporto della Commissione Stiglitz-Sen- Fitoussi può contribuire a rendere definitivamente noti questi limiti ad un più vasto pubblico, riducendo così anche il rischio che essi vengano di continuo riscoperti. In questo, il Rapporto potrebbe essere aiutato da altre meritorie iniziative di analogo tenore, come quella avviata oramai da tempo dall’Ocse con il progetto "Measuring the progress of societies" che ha già compiuto un discreto cammino e che ha prodotto, nel corso di alcuni forum internazionali, molti interessanti materiali. 

La diffusa consapevolezza dei limiti del Pil non è, però, in alcun modo sufficiente a individuare e definire un sostituto – sia esso un singolo indicatore o una costellazione coerente di indicatori – in grado di rappresentare al meglio il benessere e il progresso sociale. Il Rapporto si segnala, piuttosto, per l’accurata disamina dei mille problemi che la misurazione di questi fenomeni pone; rispetto a tali problemi il Rapporto fornisce utili indicazioni e raccomandazioni ma non risposte definitive e meno che mai proposte di indici sintetici che possano essere considerati al riparo dalle critiche opposte al Pil. Con molta chiarezza, nella parte finale dell’Executive Summary, si afferma che il Rapporto intende aprire una discussione, non chiuderla. Nello stesso senso vanno anche le dichiarazioni formulate al termine del recente Forum sul tema organizzato dall’Ocse in Corea.

E’ facile prevedere che si tratterà di una discussione complessa e lunga, la quale dovrà impegnarsi molto non soltanto per allontanare le vecchie idee, ma anche per creare consenso attorno alle nuove. La lista di problemi con i quali misurarsi, come è desumibile dall’accurata analisi condotta nel Rapporto, è tale da poter scoraggiare anche il più determinato degli entusiasti. Naturalmente c’è da augurarsi che non sarà così, ma è facile prevedere che, anche se si rinuncia alla ricerca di un perfezionismo paralizzante, occorreranno non pochi anni per coagulare un ragionevole consenso attorno ad almeno alcune delle più spinose questioni, quali sono, ad esempio, quelle riguardanti il ruolo da attribuire alle misure oggettive rispetto a quelle soggettive; il modo di affrontare i numerosi problemi posti dall’aggregazione di dimensioni diverse e tra individui diversi; il rapporto tra benessere presente e sua sostenibilità nel tempo. Viene, allora da chiedersi: possiamo continuare a vivere con il Pil fin quando non avremo individuato e definito le nuove, accettabili, misure del progresso? Quali "costi" può determinare il ritardato addio al Pil?

Se l’utilizzo del Pil avesse semplicemente il difetto di farci classificare i diversi paesi in modo non corrispondente al loro effettivo benessere sociale, i "costi" generati dal suo utilizzo sarebbero assai ridotti, e perderebbero anche un po’ di mordente le critiche che ad esso vengono rivolte. Il problema si fa ben più serio se l’utilizzo del Pil ha come difetto principale non quello di condurre a misurazioni distorte del benessere ma quello di impedire al benessere di raggiungere livelli più elevati; dunque, siamo di fronte ad un effettivo ostacolo, non soltanto ad un misuratore largamente imperfetto. Se di questo si tratta – e vi sono molte ragioni per pensarlo – prolungare l’utilizzo del Pil significa porre a carico della società "costi" non irrilevanti in termini di perdita di benessere. Possono, dunque, esservi buoni motivi per classificare come urgente la questione, all’apparenza assai radicale, di "vivere senza il Pil".

Questo problema , salvo rare eccezioni come nel caso di van den Bergh1, è stato sin qui largamente ignorato. Esso, tuttavia, merita approfondimento e attenzione. Il Pil orienta non soltanto scelte e decisioni pubbliche, ma anche comportamenti privati. Le decisioni pubbliche possono, a loro volta, essere distinte in decisioni automatiche e discrezionali. Le prime sono quelle sulle quali maggiormente dovrebbe appuntarsi una riflessione critica. Si pensi, per fare un esempio noto ma non certamente unico, al Patto europeo di stabilità e crescita che – al di là delle violazioni cui è andato incontro – costringe i deficit pubblici entro una percentuale definita del Pil. Pur senza mettere in discussione la necessità di una disciplina della spesa pubblica ci si può chiedere perché questa disciplina debba imporla il Pil e non un indicatore più significativo del benessere sociale. Naturalmente anche le scelte discrezionali orientate al Pil rischiano di produrre effetti distorti sul benessere, ma in questo caso si può ipotizzare che altre variabili possano, almeno in linea di principio, correggere la distorsione causata dal Pil, cosa che invece non può avvenire quando siamo di fronte a meccanismi decisionali automatici.

Con riferimento ai comportamenti privati, si pensi agli effetti che la pubblicazione dei dati, soprattutto prospettici, sulla crescita del Pil può avere sulle decisioni di investimento, produttivo e finanziario, e sulle decisioni di consumo e di risparmio. A loro volta queste decisioni possono incidere in vario modo su dimensioni del benessere non rilevate dal Pil eppure decisive per la qualità della vita di molte persone. Questi problemi, come sottolinea van den Bergh, sono concettualmente ben identificabili: il Pil fornisce informazioni distorte sul benessere e, quindi, "distorce" i comportamenti rispetto all’obiettivo di rendere massimo il benessere. Si tratta, dunque, di una sorta di fallimento informativo.

Non possiamo, dunque, permetterci di attendere che un nuovo sistema di misurazione del progresso venga messo appunto e sia largamente accettato prima di correggere questo fallimento e limitarne i costi.

Disponiamo già di alcuni indicatori alternativi al Pil che, pur non senza difetti, sono in grado di rappresentare il benessere sociale in modo sicuramente meno distorto. Si potrebbe iniziare subito a introdurre uno dì questi indicatori in luogo del Pil e, eventualmente, si potrebbe farlo in modo selettivo, mirando, ad esempio, a evitare che importanti decisioni automatiche siano condizionate dal Pil. Ciò, naturalmente, non vuol dire incoraggiare decisioni sciagurate per l’economia e, meno che mai, per la crescita economica. Semplicemente si accrescerebbero le possibilità di limitare le deviazioni dal benessere che l’uso del Pil comporta.

L’Unione Europea potrebbe compiere un passo deciso in questa direzione. E il presidente francese Sarkozy, che ha avuto il merito di insediare la Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, potrebbe assumere su di sé il ruolo di coraggioso promotore. Conviene coltivare la speranza che questo possa essere il miglior servizio reso dal Rapporto della Commissione al benessere sociale, al di là degli importanti dibattiti che certamente alimenterà.

*nel merito.com

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