Il vero indice di recessione italiano

Lunedì, 11 agosto 2008 - 16:16:00

Di Massimiliano Fanni Canelles

Per l'economia italiana, ma anche buona parte di quella europea sembra avvicinarsi lo spettro della recessione. L’Istat conferma che nel secondo trimestre del 2008 il Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano è diminuito dello 0,3% rispetto all’aprile-giugno del 2007. Peggio delle previsioni degli analisti e di quanto ipotizzato dal Governo. Il PIL è un indice che dovrebbe identificare il benessere di un Paese e per tale motivo viene utilizzato per definire gli obiettivi di un'amministrazione, o per avallare giudizi sulla politica. Ma è dal lontano '69, con il discorso di Bob Kennedy, che questo indice viene messo in discussione sulla reale rappresentazione della produttività di un Pese. Persino il Sole 24 Ore si chiede se sia attendibile e proprio sull'onda di questi dubbi il Presidente francese Sarkozy ha commissionato uno studio sull'argomento a due premi Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz e Amartya Sen.

Il PIL dovrebbe “misurare” i beni prodotti in un certo Paese ma in realtà misura soltanto gli oggetti e i servizi che vengono scambiati con il denaro. Le prestazioni personali gratuite, i servizi di volontariato, gli scambi di prestazioni con enti, società od onlus, in tutto l'universo "economico" dove il denaro non viene usato, ma anche non rilevato, sfugge all'analisi del PIL. Paradossalmente un delinquente che spara ad una persona favorisce la crescita del PIL grazie all'acquisto dell'arma e del proiettile ma un medico che soccorre il malcapitato per strada fermando l'emorragia con la mano è ininfluente per la crescita del PIL. Il concetto di merce non può infatti corrispondere al concetto di bene.
 
Nessuno sembra accorgersi infatti di come, in Italia, il Terzo settore, cioè quell'universo variegato di Onlus, associazioni, Organizzazioni Non Governative, Fondazioni e Cooperative, abbia trainato per decenni, non solo l'economia, ma anche le attività delle amministrazioni comunali, provinciali e regionali organizzando attività culturali, sociali e umanitarie e sostituendosi ai servizi che il servizio pubblico non era e non è in grado di fornire come centri d'ascolto, assistenza ai malati e agli anziani o il finanziamento per esempio alla ricerca per le malattie rare.
 
Il terzo settore, il cosiddetto mondo del non profit, fattura circa 40 miliardi di euro l'anno. Una cifra rilevante soprattutto se si valuta che l'80% dell'attività di un evento è svolta dai volontari in forma gratuita. Questo vuol dire che realizzare lo stesso evento o prodotto con altri enti profit (amministrazioni, imprese, ecc.) il costo può anche essere superiore dell'80%. Quindi proprio nelle fasi di recessione economica il Terzo Settore è l'unico mezzo di traino possibile per mantenere i servizi necessari alla comunità. Un mezzo invisibile al PIL ma sostanziale per l'economia e soprattutto per il benessere del Paese.

Secondo alcuni dati pubblicati sul Corriere Della Sera i volontari in Italia sono però calati del 15%. Avere due milioni in meno di braccia, gambe, occhi che gratuitamente guidano ambulanze, trasportano carrozzine, puliscono boschi, distribuiscono pasti, si occupano dei 6.863.049 utenti delle organizzazioni di volontariato è il vero sintomo di una recessione. Sì, perchè in Italia, dove la politica fine a se stessa, la meritocrazia inesistente, la falsità dei concorsi pubblici ha da sempre condizionato in negativo l'economia, solo il volontariato fino ad ora ha permesso di mantenere elevato il benessere dei cittadini.

I primi ad accorgersi dell' inversione di tendenza sono stati i redattori del settimanale Vita. Il sociologo Enrico Finzi, che ha coordinato il lavoro, chiarisce il metodo: «Siamo partiti da una definizione precisa di volontariato: cioè l' impegno personale non retribuito a favore di soggetti bisognosi e/o di buone cause, esclusi i dipendenti del terzo settore che percepiscono un reddito ed escluse le donazioni. Oggi, stando al sondaggio, i volontari sono 9.900.000, ma nel 2006 erano 2.100.000 in più. Al calo generalizzato del 15%, va aggiunto il calo di intensità: «Rispetto al passato, dedico meno tempo», ha risposto il 19% di chi si è sempre impegnato.


Discorso del '68 di Robert Kennedy all’università del Kansas tre mesi prima di essere ucciso:

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo. Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta".

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