"Bisogna cercare un'alternativa all'euro"

Lunedì, 12 settembre 2011 - 12:20:00

di Giovanni M. Ruggiero, Medico Chirurgo, specialista in Psichiatria e Psicoterapia Cognitiva

Ernesto Preatoni ape 2

IL DOCUMENTO DI ERNESTO PREATONI

"In mezzo a molteplici opinioni, mi picco di capire come andrà a finire. Su Affaritaliani.it mi piacerebbe lasciare un segno inequivocabile che quel che succederà è stato previsto. La mia non è voglia di apparire. Chi mi conosce lo sa, non ho questo gusto. La mia mania cercare di sapere come finiscono le cose, perché mi occupo di investimenti, è il mio mestiere."

"Il debito pubblico italiano ha un costo mediamente del 3,6 per cento. Se per 7 anni fossimo di fronte ad un'inflazione del 10% il debito pubblico italiano si ridurrebbe ogni anno del 6,4%. In pochi anni quindi, il debito pubblico potrebbe essere riportato al 75-80% del PIL, percentuale questa sicuramente accettabile dai mercati..."

LEGGI IL DOCUMENTO INTEGRALE:IL TESTO - LE TABELLE

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Uscire dall’euro? E perché? O perché no? A queste domande devono rispondere i cittadini, i politici e gli economisti. Invece io posso tentare di capire non tanto quali possano essere i risvolti psicologici di queste domande (ci sono, naturalmente), ma se possono diventare così importanti da inquinare la decisione politica ed economica, e perché.

Le decisioni hanno sempre una coloritura emotiva. Il ragionamento critico dissoda il terreno, poi lo scatto all’azione consuma un carburante che è composto di emozioni. La società italiana davanti all’euro deve fare i conti con i propri fantasmi. L’euro, e cioè l’Europa, è uno dei fantasmi dell’Italia. L’Europa come fantasma in cui si rispecchia il bisogno di identificazione e di appartenenza  e il timore di inadeguatezza delle classi dirigenti e popolari italiane. Come sappiamo, alcuni paesi europei si stagliano nell’immaginario italiano come un modello civile a cui sarebbe bene prima o poi adeguarsi. E per adeguarci riteniamo di dover fare due cose: essere accettati nel club della moneta europea e rimuginare sulla nota sequela di carenze storiche e culturali dell’Italia che ogni persona più o meno colta più o meno conosce (o misconosce), dalla mancata riforma religiosa protestante alla mancata rivoluzione politica. E così via.

Non che ci sia del vero in tutto questo. E non si può negare che certi segni di inciviltà sono più caratteristici dei nostri luoghi che dei paesi a nord delle Alpi. Rimane il problema che tutto questo non si affronta rinunciando alla propria autonomia. Ritenere di essere irrimediabilmente inadeguati, demandare la propria maturazione storica a una autorità esterna non è una soluzione. L’Europa è un ente politico e amministrativo (più amministrativo che politico) non una badante delle nostre ossessioni. Peraltro questa Europa sembra più un ostaggio che una guida delle nazioni che la compongono. Sarebbe una beffa affidare ad altre debolezze le nostre.

Non ho alcuna competenza economica e politica per dire qualcosa di sensato sulla convenienza o meno dell’uscita dell’Italia dall’euro. Penso però che parlarne sia un’occasione per imparare qualcosa. Un’occasione per imparare a ragionare su cosa debba fare l’Italia senza inquinare il ragionamento con fronzoli psicologici. Qui non sono in gioco le nostre ossessioni, le nostre irritazioni sull’Italia e le sue possibili mancanze storiche, civili o culturali. Non siamo nell’euro per avere un attestato di maturità o di buona condotta. Più semplicemente, stiamo nell’euro perchè dovrebbe essere conveniente, per noi e i nostri figli. Se ancora lo è o non lo è più, cercheremo di capirlo e di agire di conseguenza. E quanto alle nostre possibili mancanze o arretratezze, quelle –per fortuna- non ce le risolverà mai nessuno da fuori, da oltralpe.

Se un giorno si dovrà rinunciare all’autonomia nazionale per l’Europa, questo dovrà accadere per una decisione ponderata e quando il progetto europeo sarà diventato convincente e sensato. Cosa che per ora ancora non pare. Prima di allora, meglio stare chiotti in difesa, come scriveva Gianni Brera. E meglio sarebbe evitare la tentazione di chiamare il re di Francia o l’Imperatore a risolvere le nostre beghe. Non le risolveranno, non le vogliono risolvere.

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