Usa/ Obama cavalca la tigre della ripresa per scongiurare il rischio di una debacle a metà mandato
Il più soddisfatto di tutti è Barack Obama: il presidente Usa, arrivato alla Casa Bianca nel bel mezzo della peggiore recessione degli ultimi settant’anni, ha infatti bisogno di far percepire un concreto segnali di cambiamento ai suoi elettori per sperare che il trend sfavorevole (tre seggi senatoriali democratici persi a favore di esponenti repubblicani in altrettante elezioni suppletive negli ultimi mesi tra cui quello che fu di Ted Kennedy) si inverta prima delle elezioni di medio termine che il 2 novembre prossimo rinnoveranno tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo dei 100 seggi al Senato, oltre che 36 dei 50 Governatori di altrettanti stati dell’Unione.
E i numeri sono arrivati: il Prodotto interno lordo statunitense è infatti salito del 5,7% su base annua nel corso degli ultimi tre mesi del 2009, la migliore performance dalla fine del 2003, un dato che ha lasciato soddisfatti gli economisti che in media si attendevano un +5,4% (anche se alcuni esperti ricordano che si tratta di una prima stima, soggetta come di consueto a correzioni anche significative nei prossimi mesi).
Per Obama il lavoro è tuttavia svolto solo a metà, visto che nonostante una ripresa nel secondo semestre il 2009 si è chiuso con un calo complessivo del Pil pari al 2,4%, il risultato peggiore mai registrato in un anno solare dal -10,9% segnato nel 1946 (quando però si andò a scontare il crollo della produzione bellica seguito alla fine della Seconda Guerra Mondiale).
Tornando al quarto trimestre 2009, i consumi sono apparsi in crescita del +2%, in frenata rispetto al +2,9% del trimestre precedente (quando però gli incentivi alla rottamazione avevano sostenuto le vendite di auto), mentre gli investimenti sono cresciuti del 2,9%, il primo incremento dalla primavera del 2008, grazie al +13,3% segnato dagli investimenti in attrezzature e software che ha compensato il -15,4% dagli investimenti in nuovi impianti.
Hanno dato un contributo positivo anche l’investimento in abitazioni (+5,7%, secondo segno positivo dopo 14 trimestri consecutivi di cali) e le esportazioni (+28,1%, il dato migliore degli ultimi 30 anni), che hanno saputo approfittare dell’indebolimento del dollaro (nel frattempo almeno in parte rientrato), mentre la spesa statale è calata dello 0,2%.
Nel complesso, tuttavia, due terzi della spinta è provenuta ancora dalle scorte, escludendo le quali il Pil sale solo del 2,2%. Per questo molti economisti si attendono per l’anno in corso un rallentamento della crescita attorno al +3% annuo, con lo svanire dell’effetto legato alla ricostituzione delle scorte aziendali e visto che i consumi probabilmente rallenteranno ulteriormente vista l’elevata disoccupazione, i redditi stabili e la necessità per molte famiglie di ridurre il proprio indebitamento.
Per questo Obama, dopo aver sostenuto il più possibile il settore creditizio e quello industriale, ora vuole riscuotere la cambiale firmatagli dai banchieri e, con la minaccia di drastici provvedimenti o più probabilmente con un compromesso accettabile da ambo le parti, vuole poter contare sull’aiuto delle banche per ridar fiato alle aziende e favorire una ripresa sia del mercato immobiliare (così da allontanare lo spettro di un pignoramento della propria abitazione che grava tuttora su quasi 4 milioni di famiglie americane) sia soprattutto del mercato del lavoro.
Se troverà il modo di convincere le grandi banche ad ampliare il credito Obama potrà sperare in ulteriori segnali positivi, da cavalcare molto di più che non le riforme strutturali come quella sanitaria che all’elettorato americano piacciono in astratto ma spaventano in concreto quando si inizia a parlare di tasse e costi da sostenere.
Se invece i banchieri faranno muro e le aziende non si fideranno ad investire oltre il rischio di una debacle per il partito democratico e quindi che l’inquilino della Casa Bianca possa divenire una “anatra zoppa” si concretizzerà rapidamente, con tutte le incertezze del caso anche per i mercati finanziari.
Luca Spoldi



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