Unicredit/ Ecco le possibili spose di Pioneer

Giovedì, 20 maggio 2010 - 14:34:00

profumo
Alessandro Profumo
La stura l’ha data Man Group, il più noto gestore di fondi hedge britannico, acquistando per 1,6 miliardi di dollari GLG Partners (23,7 miliardi di dollari di patrimonio gestito a fine marzo), un’operazione che consentirà a Man riportare a circa 63,0 miliardi di dollari le masse gestite,  poco sotto il volume toccato prima dell’esplodere della crisi economico finanziaria dell’ultimo biennio. Un’operazione che potrebbe fornire importanti linee guida per chi, come UniCredit con Pioneer Investments, sta in questo periodo valutando le “alternative strategiche” per massimizzare il valore della propria presenza nel settore del risparmio gestito.

L’operazione Man-GLG offre infatti una serie di parametri che potrebbero identificare quell' “altro player del settore” cui ha fatto riferimento pochi giorni fa Alessandro Profumo parlando della possibilità che la controllata, al cui vertice a inizio anno si è insediato il britannico Roger Yates, banchiere d’affari con un passato ai vertici di gruppi come Invesco ed Henderson Management (società di cui il manager curò lo scorporo dal gruppo AMP), venga conferita per “creare qualcosa di più forte”. Pioneer come GLG, dunque, più che come Man Group?

Questo è quello che sembrano temere manager e dipendenti italiani della società, anche se Yates avrebbe già rassicurato le prime linee che nessuna decisione è imminente e che ci sarà tempo per valutare ogni alternativa, dunque lasciando aperto uno spiraglio all’ipotesi che anziché vendere UniCredit possa puntare ad una partnership e, un domani, a rafforzarsi. Ipotesi che peraltro si scontra con la razionalizzazione in corso delle attività del gruppo di Profumo, tesa a rifocalizzare la banca nelle sue attività “core”, del quale l’asset management non sembra più far parte.

Pioneer del resto prima della crisi aveva superato i 130 miliardi di euro di masse gestite, contro gli attuali 67,2 miliardi (ai cambia attuali circa 82 miliardi di dollari) e nonostante alcuni tentativi non è mai riuscita a effettuare un’acquisizione “di peso” in questi anni. L’occasione più recente, secondo indiscrezioni circolate in borsa nel marzo scorso, sarebbe stata quella di Cowen (che nel novembre dello scorso anno integrò le proprie attività nel settore degli investimenti alternativi con Ramius, gestore  che nel 2004 aveva invece fuso le proprie attività con quelle di HVB, l’istituto di credito tedesco acquisito in seguito da UniCredit), tanto che vi è chi non esclude che proprio Cowen possa essere il “player” a cui ha voluto fare riferimento Profumo.

Escludendo Ramius, tuttavia, Cowen è più una banca d’affari che un gestore e non sembra dunque adattarsi alla perfezione all’identikit tracciato dal numero uno di UniCredit. Più simili al profilo del “pretendente ideale” potrebbero essere la stessa Henderson, che a fine aprile poteva contare su una massa di 60,3 miliardi di sterline in gestione (circa 93 miliardi di dollari). Un eventuale matrimonio darebbe vita a un gestore con circa 175 miliardi di dollari di patrimonio gestito (circa 143 miliardi di euro) e potrebbe essere relativamente semplice da integrare almeno a livello manageriale vista la conoscenza che ne ha Yates.

Ma la forza del dollaro e i differenti tempi e intensità della ripresa economica mondiale paiono secondo alcuni analisti favorire più un eventuale partner (che sia o meno un futuro acquirente) a stelle e strisce. In questo caso BlackRock, divenuta grazie all’acquisizione delle attività di Global Investors il primo gestore al mondo con circa 3.360 miliardi di dollari di patrimonio a fine marzo scorso, oppure Franklin Templeton (602,5 miliardi di dollari di patrimonio gestito a fine aprile), tornata a crescere rapidamente in questi mesi (nell’aprile del 2009 il patrimonio in gestione non superava i 421 miliardi di dollari), potrebbero essere due nomi importanti, così come quello della stessa Invesco (quasi 457 miliardi gestiti a fine aprile).

In questo caso tuttavia l’ingresso di un simile “peso massimo” sia pure con una quota limitata tra il 20% e il 30% potrebbe avere senso solo per consentire a tali gruppi di dotarsi di una forte rete distributiva in Italia ed eventualmente per poi far sbarcare il titolo al listino di Milano, sull’esempio di quanto sembra intenzionata a fare Intesa Sanpaolo con Banca Fideuram. Un’ipotesi che gli analisti leggerebbero come una sorta di vendita differita, più che una partnership per crescere, e il tormentone si sposterebbe sulla valutazione che Profumo e Yates sarebbero in grado di spuntare.

GLG è stata pagata da Man il 6,75% del patrimonio, ma i fondi alternativi sono più redditizi che non i fondi comuni di cui si compone in larga parte il business di Pioneer, sicché pare più congrua una valutazione attorno al 3,5%-4% delle masse gestite. Ai livelli attuali sarebbe circa 2,4-2,7 miliardi di euro in totale, ossia circa 750 milioni – un miliardo di euro per una quota attorno a un terzo del capitale.

Numeri importanti, anche se Profumo non ha fretta avendo appena intascato un aumento di capitale e non avendo pressioni sui margini, che potrebbero tuttavia finire col comprimersi se l’euro dovesse perdere ancora terreno nei confronti del dollaro e se le misure varate dai governi dei Sedici per finanziare (o rimborsare) il pacchetto d’intervento per risolvere la crisi del debito dei PIIGS finissero col deprimere nuovamente l’economia del vecchio continente, causando una nuova recessione e quindi un calo del reddito disponibile e, giocoforza, del risparmio. Con inevitabili ripercussioni sul business del risparmio gestito. La sensazione è dunque che quella che si è aperta sia una partita a scacchi che richiederà ancora qualche tempo prima di giungere ad una conclusione.

Luca Spoldi

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