Unicredit/ La svolta di Ghizzoni passa per Monti: così si può sciogliere il nodo-Palenzona
Fabrizio PalenzonaDi Sergio Luciano
C'è un grande busillis sulla credibilità del “nuovo corso” di Unicredit Group. Un busillis, per la precisione, grande e grosso. Si chiama Palenzona, Fabrizio Palenzona. Se davvero Federico Ghizzoni, l'amministratore delegato della banca, forte dei 7,5 miliardi di euro appena incamerati grazie all'aumento di capitale – che collocano oggi l'istituto tra i più liquidi d'Europa – vuole costruire all'azienda un futuro indipendente, deve emanciparsi dal patronage del gigantesco trasportatore di Alessandria (un metro e novanta per 150 chili), che di Unicredit è nientemento che vicepresidente ed è anche consigliere di Mediobanca. La legge varata – meglio tardi che mai – dal governo Monti contro i doppi incarichi – in realtà è l'articolo 36 della manovra Monti di dicembre - imporrebbe a Palenzona di dimettersi da una delle due poltrone, gli fa venire l'orticaria. Ma Carlo Pesenti – imprenditore serio, che sa il fatto suo e quello del suo cemento e che si trovava nella stessa situazione, tra banca e Mediobanca – l'ha preceduto, costituendo un precedente, ai danni dello stuolo di giuristi pagati dal Peso Massimo per trovare cavilli idonei a vanificare la legge.
Ebbene, Palenzona non è Belzebù. Non offendiamo. E' uno furbo, abile, ricco di senso politico. Appunto: è un uomo della Prima Repubblica. Cresciuto ancor più con la seconda. Trasformista. Ex Margheritino, poi amico dei leghisti; un lobbista intelligente e furbo, trasversale, appassionato di nulla se non del suo potere, senz'altre etichette politico-ideologiche che non il suo ego, privo di ulteriori e comprovabili qualità che giustifichino il suo enorme potere in banca. Da imprenditore si è meritato l'onorificenza di Cavaliere del Lavoro: tanto di cappello. Purchè si tratti, come si trattò, del suo lavoro. Quello altrui, condizionato dalle scelte delle grandi banche, deve essere affidato a mani tecnicamente forti e politicamente neutre.
Federico GhizzoniDopo l'espulsione di Cesare Geronzi, alla cui progettazione ha partecipato – com'era peraltro riuscito a ridimensionare perfino un altro uomo di (sotto)potere del calibro di Giancarlo Elia Valori - Palenzona si è imposto nel cosiddetto “salotto buono” come “un uomo solo al comando”. Indifferente al cumulo di grane che comunque la sua resistibile ascesa gli ha ammonticchiato sulla scrivania. Coinvolto nell'inchiesta sul crack della Banca popolare di Lodi, un fratello indagato per il fallimento dell’ex Aiazzone, l'ex braccio destro Roberto Mercuri arrestato per truffa. Niente di comprovato, niente di giudicato, ma molto di imbarazzante. Non sarà comunque la via giudiziaria quella che gli arrecherà veri problemi. Innanzitutto per la sacrosanta presunzione di innocenza che merita certo anche lui. E poi per la statistica probabilità di inefficienza della macchina giudiziaria. Ma insistere a fare proprio il banchiere...perchè?
La risposta scolastica è che, in Unicredit – e quindi in Mediobanca, di cui Unicredit è il principale azionista – l'ha nominato la Fondazione Crt, al cui vertice siede da un ventennio il mite Andrea Comba, in scandenza nel 2013. E Palenzona di quella Fondazione è stato ed è il vero dominus. Se il nuovo vertice della Fondazione si sveglierà, nominerà certamente qualcun altro. Ma se ne parla tra un anno. Intanto, Palenzona comanda i suoi mandanti. E tiene le due poltrone perchè questi personaggi non si fidano a delegare a personalità di un certo peso, col rischio che facciano di testa propria: dove hanno interessi, presidiano di persona.
Ma intanto, se Ghizzoni e il suo management vogliono dimostrare di essere indipendenti, di sapersi davvero condurre come una public company - grazie all'estremo frazionamento raggiunto ormai dal loro azionariato – di non volere ripetere gli errori storici commessi a rimorchio di Mediobanca, come ad esempio finanziare Ligresti oltre misura o accollarsi tutti i “buffi” di Capitalia, ebbene: devono approfittare di questo insperato varco rappresentato dalla legge sulle incompatibilità voluta da Antonio Catricalà, uomo di potere anche lui, ma prima di Stato che di potere.
L'occasione è di quelle storiche: Fondazioni ancora forti nel capitale ma ridimensionate dal 14 al 12%; soci arabi a loro volta meno incisivi; soci privati italiani e tedeschi spezzettati; fondi istituzionali americani presenti ma non ingombranti. Come dire che finalmente il banchiere e i suoi potrebbero lavorare serenamente. Attenzione, però: dipende da loro. Dipende da loro, ad esempio, tentare di aggirare lo spirito della legge designando Palenzona, eventualmente dimissionario dal consiglio di Mediobanca, nel comitato direttivo del patto di sindacato. Vero è che questo comitato non è un organo civilistico. Ma è quello che comanda sulle grandi partite. Vale anche più del cda, in certi casi. “Riproteggere” Palenzona nel sindacato, dopo averlo “perso” dal Cda, sarebbe spudorato. E invece in queste cose ci vuole pudore.


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