Tremonti bond per le imprese

Martedì, 1 dicembre 2009 - 09:55:00

Di Stefano Firpo e Renato Maino*

La crisi finanziaria delle imprese è seria, in Italia come in Europa. Nel nostro paese la dinamica tendenziale del Pil a -6 per cento è spiegata per più della metà da una flessione della spesa per investimenti da parte delle imprese. Una politica economica anti-ciclica deve agire su questo elemento di debolezza concentrando gli interventi sul rilancio degli investimenti e dell’attività produttiva, cercando al contempo di orientarli verso i recuperi di produttività e forza competitiva. Un passo in questa direzione presuppone uno sforzo di consolidamento patrimoniale delle imprese. Il capitale di rischio è risorsa scarsa, ogni opportunità d’averne è preziosa.
 
LA PROPOSTA
 
Perché allora non sfruttare i fondi stanziati per i Tremonti bond e non utilizzati dalle banche? Un modo potrebbe essere quello di dare i soldi direttamente alle imprese con prestiti assimilabili all’equity, in modo da rimettere in moto il meccanismo del credito agli investimenti e alla catena clienti/fornitori. Il moltiplicatore sul credito erogato sarà forse inferiore a quello atteso dalla patrimonializzazione delle banche, ma sarà fondamentale per il consolidamento patrimoniale dell’impresa italiana. Da estendere, in prospettiva, all’intero sistema delle Pmi europee, la vera ossatura post crisi dell’economia del vecchio continente.
 
IL MECCANISMO E LO STRUMENTO
 
Si potrebbe immaginare un meccanismo del tutto analogo a quello predisposto per i Tremonti bond per le banche. Il Tesoro si indebita in via ordinaria e poi eroga prestiti partecipativi subordinati, finalizzati al rientro delle imprese nei parametri di leva finanziaria accettabili, con il po­tenziamento temporaneo delle risorse patrimoniali di primo livello senza alterare il rapporto tra proprietà, comando e controllo d’impresa. Il prestito partecipativo subordinato, in base alla normativa italiana (legge 317/91), è una strumento di natura creditizia tradizionale, presenta un onere commisurato alla somma inscindibile di una parte fissa (corrisposta qualunque sia il risultato economico dell'esercizio) e di una parte variabile, di partecipazione all’utile societario. È inoltre “subordinato”, in caso di liquidazione coatta o volontaria, alle ragioni degli altri creditori, primo solo rispetto al capitale ordinario. Il prestito infine può essere corredato da clausole (covenants) per inserire incentivi mirati al suo utilizzo e al suo rimborso. A tal proposito sono opportune clausole che disciplinino gli emolumenti agli amministratori e la destinazione degli utili, a completamento dei requisiti finanziari del prodotto. Per meglio aderire alle finalità dello strumento, il tasso fisso dovrebbe essere molto basso, legato ad esempio al livello dell’inflazione programmata, mentre la componente variabile corrisponderebbe a una quota dell'utile lordo ante imposte devoluta a titolo di inte­resse sul prestito, anch’essa fiscalmente deducibile come il tasso d’interesse.
 
IL RENDIMENTO PER LO STATO E IL COSTO PER L’IMPRESA
 
Lo strumento genera un rendimento “ex post” rappresentato dal tasso interno di rendimento dei flussi effetti­vamente pagati dal debitore. Nel nostro caso il rendimento medio atteso “ex ante” potrebbe essere agganciato alle previsioni governative del Dpef, nel livello dell’8-10 per cento. Il rendimento ex post dipenderà dall’effettivo andamento del ciclo economico. In caso di ripresa a V il rendimento sarebbe interessante e non penalizzante per il contribuente e per l’impresa, beneficiata dal contesto favorevole. In casi di ripresa a U il rendimento sarebbe ordinario, ma le economie esterne positive dell’intervento compenserebbero abbondantemente il minor reddito; nel caso di (non) ripresa a L non sarebbero certo i mancati guadagni sui prestiti a preoccupare governo e contribuenti. Inoltre non vi è nessun bisogno di nuove manovre o autorizzazioni, essendo i fondi previsti per i TreBond già deliberati, stanziati ed erogabili.

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