Tremonti bond/ Corritore ad Affari: "Il no di Intesa e Uci? Per il bene del Paese"
![]() Davide Corritore |
L'INTERVISTA
Unicredit e Intesa hanno detto no ai Tremonti-bond scegliendo di ricorrere al mercato e il ministro le ha accusate di preparare una nuova crisi. Che succede?
"Accusare le banche di rifiutare del denaro pubblico e di danneggiare così le imprese e la comunità è una distorsione della realtà. Gli istituti hanno detto no ai Tremonti-bond semplicemente perché il costo della raccolta è molto più alto di quello di altre forme alternative. Il denaro del Tesoro ha infatti tassi nominali dell'8-8,5% che, con l'effetto della deducibilità, arrivano al 16%".
Insomma, non è conveniente...
"Sì. Ma non solo: raccogliere al 16% per una banca che voglia poi impiegare con economicità significa praticare tassi d'usura. Ecco perché un istituto che rifiuta i Tre-bond non fa solo l’iteresse suo e dei suoi azionisti ma anche quello delle imprese e della comunità. Insomma, trovo molto sensato che le banche non abbiano accettato. Intesa e Unicredit infatti sono in grado di raccogliere contemporaneamente a tassi inferiori: i bond ibridi che stanno emettendo, assieme alle altre operazioni previste, fanno sì che il costo della raccolta sia più basso e che quindi sia possibile anche prestare denaro a prezzi inferiori".
Quindi secondo lei il ministro ha sbagliato tutto?
"Uno Stato che raccoglie al 4% e presta all'8% e si arrabbia perché le banche non ci stanno, mi sembra quasi uno Stato usuraio. Non tanto perché ci guadagna, ma perché non può pensare che le banche non si pongano il problema del tasso finale. Queste cose possono succedere solo in Italia".
Tremonti però si è infuriato con Passera e Profumo.
"Questa polemica si poggia sull'assunto che le banche siano responsabili del rallentamento della domanda di credito da parte delle aziende. La verità invece è che veniamo da un periodo di contrazione pesantissima della produzione industriale, della domanda e dell'export che ha provocato un naturale conseguente crollo della domanda di credito da parte delle grandi imprese. Poi, in questa polemica c'è anche un problema di toni...".
Cioè?
"Un ministro non può dire certe cose pubblicamente partendo da presupposti errati. Oltretutto senza che nessuno intervenga perché teme di essere accusato di stare dalla parte delle banche, in un momento in cui il sistema bancario è visto dall'opinione pubblica con molto sfavore. Io non voglio difendere le banche ma credo che il ministro Tremonti debba mantenere dei toni equilibrati. Soprattutto perché, nella sostanza, questa dei Tre-bond è un'operazione in cui sembra che sia lo Stato a fare la parte dell'usuraio, non le banche".
Ma allora perché Tremonti non l'ha presa bene?
"Ci sono diverse variabili. Intanto lo ha offeso il rifiuto dei due grandi colossi italiani al suo disegno, per cui tutto il sistema sarebbe stato debitore dello Stato. E poi non tiene conto che sono passati mesi da quando, nel bel mezzo delle crisi finanziaria, furono emessi i Tremonti-bond perché bisognava dare al mercato un segnale che gli Stati intervenivano per dare liquidità al sistema. Oggi la situazione e cambiata e sarebbe stato doveroso cambiare anche le condizioni di questo strumento. E poi sono abbastanza convinto che in questo momento tenere alta l'attenzione sulle banche, aiuta a far passare un po' più sotto silenzio quella vergogna dello scudo fiscale".
Tremonti attacca le vituperate banche per distogliere l'attenzione?
"Non lo so. Ma mi colpisce questo bisogno di alzare i toni verso le banche quasi con un atteggiamento populistico. E mettendo così in secondo piano un'operazione di scudo fiscale che per come è stata fatta è una vergogna. Diverso sarebbe stato, per esempio, proporre delle soluzioni per cui i soldi rimpatriati fossero andati ad operazioni di attività sociale, come una grande linea di credito per le pmi garantita dallo Stato".
Non è la prima volta, però, che il ministro bacchetta le banche.
"No, infatti. Per esempio accusa le banche di aver provocato la crisi quando, se proprio vogliamo fargli le pulci, una volta diventato ministro nel 2001 la prima cosa che fece fu una circolare che liberalizzò i derivati da parte gli enti locali. Insomma, neanche lui capì dove avrebbe potuto portare questa grande finanza se oggi gli enti locali hanno 36 miliardi di operazioni in essere con i derivati anche grazie a lui. Ecco perché trovo che gli atteggiamenti da Robin Hood siano un po' fuori luogo. Bisogna stare molto attenti. Abbiamo davanti due anni in cui lo Stato dovrà collocare 200 miliardi di euro di debito pubblico in scadenza e sarà quindi competitor delle banche nella raccolta. Ecco perché credo che un ministro non possa assumere un atteggiamento, in un contesto così delicato anche per l'immagine del Paese, di contestazione all'interno del sistema economico. Trovo che tutto ciò sia pericoloso e controproducente".



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