Tassi/ L’Euribor a 3 mesi vale l’1%, l’Irs a cinque anni il 2%. Come fare per accendere un mutuo vantaggioso

Martedì, 19 ottobre 2010 - 08:30:00

Qualche giornale l’ha notato solo stamane, ma ormai da molte sedute prosegue i  tassi interbancari registrano un lento ma costante rialzo che ha portato l’Euribor a 3 mesi, scadenza solitamente utilizzata come benchmark nei contratti di mutuo a tasso variabile, all’1% sia che si consideri il tasso a 360 giorni, sia che si guardi a quello con base 365 giorni (che l’1% aveva raggiunto già la scorsa settimana e che stamane è stato fissato all’1,014% (dall’1,007% di venerdì scorso). Non va meglio neppure su scadenze più lunghe: sempre l’Euribor a 1 anno è stato fissato oggi all’1,492% (a 360 giorni, ovvero all’1,513% a 365 giorni).

Identico movimento si nota, dopo qualche pausa vista nelle scorse sedute, anche sul tratto a medio e lungo termine, dove l’Irs (utilizzato come benchmark nei contratti di mutui a tasso fisso) a 5 anni risale stamane attorno al 2,013% (dall’1,965% di venerdì), mentre a 10 anni è indicato attorno al 2,701% (dal 2,662%), a 20 anni tocca il 3,108% (contro il 3,071%) e infine a 30 anni si riporta al 2,951% (dal 2,923%).

Insomma: se state pensando di acquistare un immobile vi conviene correre in banca a cercare di fissare subito le migliori condizioni possibili perché è vero che lo scenario macroeconomico non è ancora particolarmente brillante ed è vero che non sembra destinato a migliorare ancora per molti mesi, dando modo alle principali banche centrali mondiali di mantenere fermi i tassi (come fa la Banca centrale europea) o anche di varare nuove misure distensive (come è intenzionata a fare le Federal Reserve americana). Ma lentamente il saggio che le banche chiedono per prestarsi tra loro i capitali sta risalendo su tutta la curva delle scadenze, da quelle più vicine a quelle a più lungo termine.

E’ in fondo, specie in Europa, l’altra faccia della medaglia di un sistema del credito che resta molto più fragile di quanto non lo si vorrebbe dipingere da parte delle banche stesse e di molte autorità nazionali, bisognoso di rafforzare i propri requisiti patrimoniali non solo e non tanto per le futuribili norme di Basilea III quanto per prevenire nuove bocciature da parte delle agenzie di rating e dei mercati. Così il rialzo dei tassi su cui le banche costruiscono (maggiorandolo di spread e commissioni varie) il costo dei loro servizi alla clientela è funzionale (visto che nel frattempo i tassi passivi, ossia quelli che le banche pagano sulle somme loro affidate dalla clientela, restano ferme sui minimi quando non scendono ulteriormente) ad un’esigenza di ricapitalizzazione “strisciante” che fa poca notizia ma pesa direttamente nelle tasche dei consumatori.

Dunque il consiglio è quello di cercare di valutare se sia meglio approfittare di tassi variabili che ancora per uno o due anni dovrebbero restare più vantaggiosi rispetto ai tassi fissi espressi attualmente per scadenze a lungo termine (dai 20 ai 30 anni) alle quali solitamente si fa riferimento in caso di accensione di un mutuo immobiliare. Oppure se non sia meglio accettare di pagare anche un  paio di punti percentuali l’anno per garantirsi la sicurezza contro ogni futuro ulteriore rialzo dei tassi.

La soluzione potrebbe essere una via di mezzo: cercare di ottenere lo spread più ridotto possibile sul tasso variabile, fissando comunque sempre un “cap” massimo oltre il quale il costo del vostro mutuo non possa salire. Vi costerà forse qualche euro in più ogni rata mensile, ma vi farà stare tranquilli quando i tassi risaliranno, specie se, come si sta verificando in questo momento, il vostro reddito disponibile non dovesse risalire altrettanto rapidamente o se i tassi garantiti da investimenti privi di rischio dovessero indugiare ulteriormente sugli attuali livelli, allargando la forbice tra tassi attivi e passivi.

Luca Spoldi

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