La solita aria a Davos

Martedì, 2 febbraio 2010 - 12:03:00

Di Gianfranco Aurisicchio - www.formazionepolitica.org

Klaus Schwab, fondatore e direttore del vertice di Davos in Svizzera, non ha esitato anche quest’anno a riunire i grandi della terra per la quarantesima volta, come tutti gli anni, con l’ambizione questa volta di superare la crisi, “migliorare lo stato del mondo, ripensarlo, ricostruirlo, ridisegnarlo”. Come tutti gli anni il programma e gli intenti paiono ambiziosi come quelli di un G8 o G20, e soprattutto destinati, a maggior ragione, a rivelarsi chiacchiere, o poco più, da salotto borghese. La versione alternativa di Davos, il Forum Sociale Mondiale, invece purtroppo non ci sarà. “Proprio quando la crisi economica ha messo in discussione l’ideologia trionfalista di Davos e ha dato ragione a molti ‘altermondialisti’, il FSM chiude i battenti”, paradossalmente. La crisi dà ragione ai critici dell’ultraliberismo, ai profeti dei pericoli della finanza e il Forum Sociale Mondiale, l’organizzazione che da’ loro voce, non si presenta, preferendo organizzarsi in forum nazionali permanenti.

L’aria che quest’anno sembra soffiare a Davos, temibile per i vari salotti della finanza mondiale e auspicata invece dai vari risparmiatori e autorità monetarie, è una certa chiamata alla disciplina: “abbiamo bisogno di uno sceriffo globale”, sembra che si senta riecheggiare tra le montagne svizzere. Parole in realtà già dette due anni fa, nel 2008, da George Soros quasi un mese prima che Bear Stearns fosse sull’orlo del collasso finanziario, poi evitato. Ed oggi, dopo due anni, non siamo vicini a nessuna sorta di regolamentazione finanziaria centralizzata, ed il tutto è stato lasciato dai vari G8, G20, etc, alla sola buona volontà e cooperazione tra i vari stati.  A Davos quindi si continuerà a parlare anche e ancora di regolamentazione finanziaria.

Una certa leadership nel riformare lo status quo è stata a dire il vero intrapresa dall’Amministrazione Obama, che da qualche tempo a questa parte quasi ogni settimana lancia nuove misure finanziarie, come la Volcker Rule la settimana scorsa, che dovrebbe prevenire le banche commerciali dal fare trading per proprio conto, o come la tassa sui salvataggi finanziari la settimana prima, andando fra l’altro in rotta di collisione con riforme intraprese autonomamente nel resto del mondo.   Ed in effetti Gordon Brown, il primo ministro inglese, non ha tardato, fedele al carattere indipendentista inglese, a congedare l’idea di Volcker come poco adatta al sistema inglese perché il problema della separatezza tra l’attività di private equity e degli hedge funds non esisterebbe, secondo Brown, nel Regno Unito. Non sembra chiaro però perché il Regno Unito non debba avere questo problema, visto che banche come Barclays per esempio sostengono gli stessi rischi come le loro controparti americane.

Dovrebbe ormai esser chiaro a Davos che l’approccio del procedere separatamente, del fare ognuno le sue cose, in un’economia globale e interdipendente, non porta da nessuna parte. Le banche sono globali, sono in grado cioè di organizzarsi in modo tale che, se la regolamentazione finanziaria di un paese è troppo vincolante, possono andare  in un altro paese per sfruttare un regime più favorevole. E questo non fa bene a nessuno. Il denaro cioè si muove verso quei luoghi in cui i rendimenti sono più elevati e la regolamentazione è meno stringente (cioè i paradisi fiscali). Quindi qual è il punto di una strategia regolamentativa che ridimensiona le banche negli USA se le banche in China, che sono così strettamente connesse con le altre, finiscono poi per raddoppiare la loro dimensione? Dopo tutto, in un’epoca di finanza globale, essere troppo grandi per fallire non è un problema nazionale, come l’Islanda ha dimostrato.

Serve quindi uno sceriffo globale, per usare le parole di Soros. Ma su cosa debba fare lo sceriffo e come debba essere costituito le opinioni sono discordanti tra gli stessi banchieri centrali e CEO di banche. Per Corrado Passera di Intesa SanPaolo, ad esempio, la mossa di Obama di “separare l'attività di commercial banking legata al mondo reale e l'attività di trading è giusto, perché sono regole del gioco diverse e bisogna premiare l'attività bancaria più orientata all'economia reale”. Non è invece sulla stessa linea Georges Pauget, amministratore delegato di Crédit Agricole e presidente della federazione bancaria francese, secondo cui le banche europee non dovrebbero abbandonare il regime di regolamentazione attuale e non dovrebbero soprattutto adottare norme troppo americane, come appunto la separazione tra banca commerciale e banca di investimento. Sulle stesse corde anche il governatore di Bankitalia Mario Draghi, che punta più sul rafforzamento dei requisiti patrimoniali.

In questo panorama continuano però ad essere adottate soluzioni unilaterali da parte di ogni paese, nota  Howard Davies, ex-presidente della Financial Services Authority inglese e ora direttore della London School of Economics e membro del consiglio di amministrazione di Morgan Stanley, e mette in guardia contro i rischi di politiche non coordinate e di arbitraggio regolamentativo. Davies intende presentare a Davos un piano per un regolatore globale con poteri reali, una sorta di WTO finanziario. Il timore, avvertito da tutti, è infatti che un mosaico di riforme non coordinate possa condurre ad una sovraregolamentazione. D'altra parte si teme anche che il timore stesso di sovraregolamentare la finanza, portato agli estremi, finisca per impedire ogni riforma e ogni ulteriore regolamentazione, soprattutto in un momento in cui il sentimento popolare è ancora caldo sul tema.
 Realizzare una vera e reale riforma che ridisegni il sistema finanziario globale richiederà probabilmente più di una serie di chiacchiere in uno chalet di montagna in Svizzera e non basterà certo l'intraprendenza di un Obama per guidare i vari capi di stato verso la riforma.  Sembra che sia veramente necessario uno sceriffo globale.

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