Ecco cosa fare per salvare l'auto
Di Giannina Puddu
Il saggio cinese affermò che ogni problema ha almeno mille soluzioni. Invece, ogni volta che l’industria dell’auto entra in crisi, ai politici, agli industriali, ai sindacalisti, viene in mente, sempre, una sola soluzione e sempre la stessa soluzione, già impacchettata e riciclata all’infinito: cassa integrazione e soldi pubblici.Imbarazzante osservare la miseria intellettuale, imprenditoriale, politica e sindacale incapace di individuare, elaborare e proporre misure alternative al solito “pacchetto”.
Alla mediocrità del pensiero trasversale tipico dello sparuto gruppo di attori coinvolti nel processo di “risanamento” dell’industria dell’auto si aggiunge, con ragionevole certezza, l’assoluta inutilità della soluzione riciclata e l’altrettanto sua probabile pericolosità per i conti pubblici e per l’economia italiana. In una fase di contrazione del mercato di riferimento l’azionista di controllo dovrebbe, in primis, convocare il management e pretendere un oculato ed energico piano di riduzione dei costi a partire dai costi sostenuti per:
1. finanziare faraoniche campagne pubblicitarie, depliantistica, locandine, gadget, etc.
2. comprimere i costi di rappresentanza;
3. azzerare i lussi e le comodità tipiche dei periodi di opulenza; azzerare i benefits di qualunque tipo concessi al management;
4. comprimere i costi di gestione di strutture a ritorno marginale;
5. cedere asset non strategici;
6. ridurre il costo della struttura manageriale nella misura pari ad almeno il 30% e nella misura pari ad almeno il 50% per gli emolumenti oltre il 1.000.000,00€ l’anno. Tali strutture hanno già, in passato, nell’epoca delle vacche grasse, coperto, abbondantemente, tale rinuncia incamerando grassi compensi capaci di garantire un ricco tenore di vita a medio-lungo termine.
7. eliminare ogni spreco sul consumo di energia a partire dall’energia elettrica;
8. azzerare il costo per le consulenze esterne.
L’azionista dovrebbe smettere di saltare (abdicando alla sua capacità creativa e ignorando il saggio cinese….) alla solita/unica/antistorica/antieconomica soluzione per cui: o licenzia o parcheggia in cassa integrazione migliaia di lavoratori. Se l’azionista di controllo crede, ancora, nel suo core business metta mano al suo portafoglio, se necessario, in aggiunta ai tagli di spesa se questi dovessero risultare insufficienti.
Cosa potrebbe fare, invece, il governo, per sostenere il lavoro, i consumi e l’industria dell’auto:
1. azzerare l’IVA sugli acquisti di nuove automobili per un periodo che potrebbe essere, per esempio, pari ad un anno; in tal modo si incide sul costo finale nella misura del 20% incentivando l’acquisto. Sia applicata l’esenzione solo ed esclusivamente per l’acquisto di auto prodotte dalle aziende per cui sia stata verificata, oggettivamente, la politica di riduzione dei costi come sopra. Sia applicata l’esenzione solo se, l’industria offerente si sia resa disponibile ad applicare uno sconto sul prezzo di vendita nella stessa misura pari al 20%. L’ulteriore sconto dovrebbe finanziarsi con una rinuncia spalmata sui ritorni alla produzione e, particolarmente, alla distribuzione in quanto troppo onerosa.
2.influire per disincentivare, assolutamente, il ricorso alla cassa integrazione che produce un unico effetto negativo sui conti dello stato e nessun vantaggio economico. Il ricorso massiccio alla cassa integrazione alimenta la sensazione di precarietà che mina l’economia nelle sue fondamenta anziché rafforzarle.
Quante nuove auto sarebbero acquistate con la prospettiva di uno sconto del 40% e avendo conservato migliaia di posti di lavoro tra dipendenti diretti e indotto?



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