Risparmio gestito/ Le banche italiane devono fare cassa, il comparto delle Sgr potrebbe cambiare volto

Mercoledì, 21 ottobre 2009 - 17:37:00

Già da qualche tempo i “big” del private equity lo vanno ripetendo: nei prossimi mesi, col miglioramento delle condizioni dei mercati finanziari, il settore bancario anche in Italia vedrà il moltiplicarsi di operazioni di dismissione di asset e di riorganizzazione dei principali player. Negli ultimi tempi il mercato ha acceso un faro in particolare su gruppi di medio-grandi dimensioni come Bper (impegnata nella ristrutturazione di Meliorbanca ma interessata anche ad Arca Sgr), Bpu (che non fa mistero di voler uscire appena possibile dalla stessa Arca) e Banco Popolare (che dovrebbe proseguire la campagna dismissioni cedendo Efibanca).

Oggi in particolare Emilio Zanetti, presidente del consiglio di gestione di Ubi Banca ha confermato di sperare che le trattative per il riassetto di Arca Sgr possano concludersi positivamente entro l’anno. Arca, società nata nell’ormai lontano 1983 per iniziativa di una dozzina di banche popolari, a fine settembre registrava un patrimonio sotto gestione di 17.780 milioni di euro (cui occorreva aggiungere oltre un miliardo di patrimoni sotto gestione nel comparto assicurativo e previdenziale), mentre la stessa Ubi Banca poteva vantare (in larga parte grazie alla sola Ubi Pramerica Sgr) su 20.948 milioni di asset under management.

La partita appare complessa visto che se Ubi Banca è pronta a cedere il suo 26,7% di Arca Sgr segnali contrastanti sono giunti da Bper (terzo azionista col 20,18% alle spalle della stessa Ubi e del Banco Popolare, socio di riferimento con un 28,28% complessivo), dettasi interessata al rilancio della società “a condizione che si trovi una soluzione in tempi relativamente brevi” come aveva sottolineato a inizio settembre l’amministratore delegato Fabrizio Viola.

In alternativa la banca emiliana, che oggi ha siglato con la propria divisione Private Banking e Wealth Management un accordo di collaborazione col broker lussemburghese Farad International per arricchire la gamma di servizi offerti alla propria clientela, potrebbe rompere gli indugi e puntare a sviluppare la propria controllata, al 100%, Optima Sgr.

La soluzione al rebus Arca (nel cui capitale sono presenti con quote superiori al 5% anche la Popolare di Vicenza, al 10,9% e la Popolare di Sondrio col 5,9%), potrebbe alternativamente coinvolgere DeA Capital, nome già circolato in estate e sul quale è tornata a scommettere “radio borsa”, come hanno confermato ad Affaritaliani alcune fonti vicine alla vicenda.

Il problema resterebbe quella di una “congrua” valutazione delle partecipazioni da acquisire; ipotizzando una valutazione tra il 2% e il 3% degli asset under management rilevare il 50% o poco più di Arca Srg costerebbe attorno ai 200-300 milioni di euro (ipotizzando una valutazione per l’intera Sgr tra i 380-570 milioni, in linea con le più recenti operazioni).

Una cifra peraltro sicuramente più abbordabile che non quanto chiederebbe Intesa Sanpaolo per la cessione del controllo di Banca Fideuram, sulla quale resta invece concentrato il Banco di Santander, desideroso di rafforzarsi in Italia proprio nel settore del risparmio gestito. Corrado Passera non sembra intenzionato ad accettare una valutazione della società inferiore ai 3 miliardi di euro a fronte degli oltre 32 miliardi di massa gestita, il che però vorrebbe dire accettare da parte dell’acquirente multipli da due a tre volte superiori a quelli medi di settore.

In attesa di vedere che fare su Arca Sgr, Pierfrancesco Saviotti, amministratore delegato di Banco Popolare, pare accelerare su Efibanca, sulla quale, ha precisato stamane, le trattative vanno avanti solo con Barclays, il cui nome era già circolato nelle ultime settimane. In questo caso le discussioni non sembrerebbero vertere tanto sul prezzo, che dovrebbe risultare tra i 400 e i 500 milioni di euro (in linea col patrimonio netto dell’istituto, pari a fine giugno a 513,6 milioni), quanto sull’ipotesi, finora sempre respinta dal gruppo italiano, di arrivare alla cessione anche delle popolari di Crema e Cremona (che di Arca sono socie nel complesso oltre il 10,4%).

L’istituto inglese, infatti, sarebbe intenzionato a rafforzare la sua presenza anche come banca retail, tanto che avrebbe già avanzato un’offerta per la maggioranza delle 135 agenzie che restano da vendere al Montepaschi entro la fine dell’anno in ossequio alle richieste avanzate dall’Antitrust al momento del via libera all’acquisizione da parte dell’istituto senese di Antonveneta proprio dagli spagnoli del Santander.

Come si vede il “risiko” italiano assomiglia sempre più ad un domino, in cui la chiusura di un’operazione può determinare (o escludere) l’avveramento della successiva, in parallelo all’altra grande partita che le banche italiani grandi e medie giocano in questi mesi, relativa allo sblocco delle situazioni maggiormente a rischio, da Risanamento (dove rischiano di più Intesa Sanpaolo, UniCredit, Mps e Banco Popolare) a Itierre (che pesa sui bilanci di Efibanca), passando per Banca Italease (per la cui ristrutturazione Banco Popolare ha appena varato una ricapitalizzazione da un miliardo di euro) al gruppo Burani (che invece minaccia i conti di Intesa Sanpaolo e il Credem), solo per citare i casi più noti.

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