Risparmio gestito/ Assofinance: si modifichi il recepimento della Mifid, la consulenza oggettiva è a rischio

Sabato, 26 luglio 2008 - 14:30:00


Giannina Puddu
La situazione è ancora fluida, con poche certezze, ma per la consulenza finanziaria l’entrata in vigore della Mifid rischia di portare ad un risultato controproducente, l’uscita di scena di gran parte dei soggetti, poco meno di 250 realtà societarie e persone fisiche cui possono sommarsi alcune migliaia di situazioni “ibride” (il classico caso del commercialista che opera anche da consulente finanziario per una parte dei propri clienti), che possono vantare l’aggettivo “indipendente” e che dunque rappresentano uno strumento indispensabile per l’effettiva tutela del risparmio italiano.

Il rischio, o meglio la certezza, è che se il governo e in particolare il ministro Tremonti, a cui Assofinance - spiega ad Affaritaliani Giannina Puddu, fondatrice di Free&Partners e presidente dell’associazione - si sta rivolgendo per sensibilizzarlo sull’argomento, non interverranno correggendo la normativa italiana, in particolare là dove impone l’obbligo alle società che la esercitino di trasformarsi in Spa prime e in Sim poi, dal primo gennaio del prossimo anno il 90% di coloro che in questi anni hanno iniziato a fornire un servizio di consulenza oggettiva, ossia resa al di fuori di conflitti di interesse, dunque senza essere legati a una società di produzione o ad una rete di vendita di strumenti finanziari, chiuderanno i battenti.

“Ma mentre i consulenti indipendenti italiani rischiano di essere estromessi dal mercato, dovremo aprire le frontiere alle società di consulenza che operano in un paese comunitario, dove la legislazione nazionale ha previsto vincoli molto meno pesanti di quelli italiani”. Per il risparmio gestito italiano sarebbe l’ennesima sconfitta annunciata, con conseguenze non solo per tutti coloro che operano nel settore ma per gli stessi risparmiatori italiani, che già ora lamentano l’approccio unicamente burocratico delle banche alla Mifid, tradottosi in una nuova serie di carte da firmare pensate per mettere le banche al riparo da ogni futura richiesta di danni, non per tutelare realmente la clientela.

Che in Italia il sistema bancario abbia operato una pressante azione di lobbying nei confronti del Parlamento per arrivare all’attuale normativa che recepisce la direttiva comunitaria pare evidente persino dalla risposta ottenuta da Assofinance da Bruxelles: in risposta ad una lettera della stessa Puddu del maggio scorso, la Direzione Generale Mercato Interno e Servizi della Commissione Ue ha precisato che gli stati membri della Ue possono effettivamente “imporre regole più restrittive di quelle previste dalla Direttiva” ed in particolare le autorità italiane “sono pertanto libere di stabilire requisiti di capitale iniziale più restrittivi per le imprese italiane”.

E’ il punto nodale, visto che, ricorda Bruxelles, le autorità italiane “non possono tuttavia imporre gli stessi requisiti a imprese di investimento di altri stati membri che rispettino i requisiti di capitale minimo della Direttiva. Ciò può determinare un trattamento delle imprese nazionali meno favorevole rispetto alle imprese di altri stati membri. Tuttavia, la Corte di Giustizia ha chiarito che il rischio ditali “discriminazioni all’inverso” è insito in un’armonizzazione che si limita a fissare requisiti minimi e che tali discriminazioni sono questioni puramente interne che non rientrano nell’ambito della legislazione comunitaria”.

Insomma, la sfortuna dei consulenti indipendenti italiani, e dei risparmiatori tutti, è di essere nati in Italia, un paese dove manca tuttora la cultura della consulenza e dove la clientela pur avendone le esigenza resta diffidente e ancora non coglie il valore di questo nuovo servizio. Rischiando così di rimanere irretita nelle maglie del sistema bancario italiano, dei suoi costi e della sua scarsa trasparenza e amore per la concorrenza.  Un sistema che ad oggi non ha fatto nulla per eliminare una anomalia tutta italiana, il peso preponderante (circa l’80% delle commissioni lorde complessive) delle fee di collocamento. Servirebbero strumenti d’investimento “no load” che non fossero solo fondi monetari, ma ancora non se ne vede traccia.

Eppure - conclude la presidente di Assofinance - sono convinta che il futuro passi per uno sviluppo sempre maggiore della consulenza indipendente. Le banche dovranno diventare dei semplici negozi che propongono una serie di prodotti e servizi” ma non potranno evitare né il graduale declino di un’attività, quella della semplice distribuzione, da tempo in agonia, né la riorganizzazione del settore che l’affermarsi della consulenza indipendente comporta e che in ultima analisi andrà a beneficio di tutti i protagonisti del risparmio gestito italiano, siano essi consulenti, clienti o intermediari finanziari.

Luca Spoldi

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