Banche&credito/ Risanamento è too big to fail. Dubbi sul patrimonio a bilancio
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![]() Luigi Zunino |
In queste ore, mentre molti non si spiegano come l'immobiliarista piemontese (che non ha più neanche alcuna carica operativa) stia riuscendo a salvarsi mantenendo una quota cospicua di azioni in portafoglio, altri si chiedono come mai non vengano in qualche modo perseguiti i banchieri che hanno elargito con così tanta generosità i finanziamenti a Risanamento.
Del resto, bilancio 2008 alla mano, è difficile che non saltino agli occhi alcuni rapporti non proprio da manuale della finanza e di gestione bancaria. Dal 2006 all'anno scorso il gruppo ha registrato perdite cumulate per circa 315 milioni di euro, con un crescendo preoccupante (213,7 milioni solo nell'ultimo esercizio), cui occorre aggiungere un'altra cinquantina di milioni di rosso segnati nei primi tre mesi dell'anno.
Si noti inoltre che la qualità dei risultati è andata progressivamente peggiorando di pari passo con la crisi immobiliare mondiale: se a fine 2006 il risultato operativo della gestione caratteristica era ancora positivo per 70 milioni di euro, a fine 2007 si era scesi a 39,5 milioni e lo scorso anno si è chiuso con una perdita operativa caratteristica di quasi 17 milioni (ancora peggio è andato all'Ebit normalizzato, passato in tre anni da +77,5 a -61,1 milioni di euro a causa del drastico peggioramento della gestione finanziaria al netto degli oneri sui prestiti ricevuti).
A livello patrimoniale, aspetto che più dovrebbe interessare le banche finanziatrici per le problematiche connesse alla congruità delle garanzie offerte a fronte dei finanziamenti ricevuti, dal 2006 al 2008 si è passati complessivamente da 2,55 a 3,27 miliardi di controvalore (un dato confermato ancora a fine marzo). Ma c'è da chiedersi quanto questi valori siano realmente rappresentativi del valore di mercato degli immobili e delle aree a cui si riferiscono.
E qui casca l'asino e si intravede il perché il gruppo Risanamento sia "troppo grande per fallire". Se il tribunale di Milano decretasse il fallimento, ipotesi non così peregrina (dopo il rinvio concesso fino a settembre) vista la crescente solerzia con cui la magistratura tende ad accertare i casi di assenza dei requisiti di continuità aziendale, anche per evitare di ritrovarsi in futuro a dover registrare istanze fallimentari promosse da terze parti, le banche avrebbero molto di cui rispondere.
Anzitutto dovrebbero chiarire come mai abbiano finanziato fino all'ultimo (ed anzi continuino a farlo) un gruppo che dopo aver chiuso il bilancio 2008 con una posizione finanziaria netta negativa per 2,77 miliardi a fronte di 2,97 miliardi di patrimonio immobiliare e meno di 115 milioni di patrimonio netto, a fine marzo ha visto la posizione finanziaria netta peggiorare a -2,86 miliardi, il patrimonio immobiliare calare a 2,90 miliardi e il patrimonio netto ridursi a soli 32,9 milioni.



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