Riprendiamoci l’Italia

Venerdì, 22 luglio 2011 - 13:22:00

di Antonio Lombardi, Presidente ALLEANZA LAVORO

In questi giorni la mia attenzione si è soffermata sul libro vincitore dell’ultimo Premio Strega, ‘Storia della mia gente’ di Edoardo Nesi. È il racconto autobiografico dell’autore, nato a Prato, costretto a cedere l’impresa tessile di famiglia a causa della crisi economico-finanziaria, della globalizzazione e dell’aggressiva politica industriale operata soprattutto dagli imprenditori cinesi nel nostro paese. Ho iniziato a leggerlo, e non credo che lo continuerò. Una forte irritazione mi ha colpito, inducendomi ad alcune considerazioni. È possibile, e anche comprensibile di questi tempi, che si possa vincere un Premio Strega raccontando la più grande sciagura imprenditoriale del nostro paese. Meno comprensibile, e assolutamente non accettabile, è che una situazione del genere passi sotto silenzio, non generando alcuna forma di riflessione. Nessuna reazione. Cosa è rimasto di italiano nel nostro paese, a parte qualche miliardo di debito? Soltanto la Ferrero e la Ferrari? E come è possibile che, in questo contesto, l’Italia possa ancora ricevere credito in Europa? Semplice. I cittadini italiani, come è nel loro costume sociale e culturale, sia pure tra mille fatiche e sacrifici continuano a risparmiare, a mettere da parte un loro tesoretto. Sono i nostri governanti, quindi, che firmano le cambiali con la Bce dando a garanzia i risparmi dei loro cittadini.

Ma intanto il nostro paese è vittima di un sempre più evidente tentativo da parte dei cinesi di mettere piede nel vecchio continente e nel suo già traballante sistema monetario unico. Prato, dove è ormai sempre più difficile distinguere il made in China dal made in Italy, è l’esempio più lampante: riporto alcuni dati da un altro testo, ‘L’assedio cinese’ di Silvia Pieraccini. Manodopera clandestina, rispetto delle norme che regolano le attività di impresa, 2700 aziende, 17000 impiegati e un giro di affari di 1.8 miliardi, per oltre la metà sommerso. Citando l’autrice, ‘l’esempio più eclatante e sconcertante di assedio al manifatturiero italiano con armi sleali.’ E se le istituzioni restano mute di fronte a questo assedio, sarebbe opportuno sollecitare gli imprenditori italiani a uno scatto d’orgoglio, un Italian Pride che deve assolutamente essere alimentato dai suoi diretti protagonisti. Possibile che al giorno d’oggi non esista più un Pietro Barilla, che mi spezzò il cuore nel 1971 vendendo il controllo della sua azienda alla Grace e che me lo riempì di gioia, nel ’79, quando se lo riprese? Altri esempi meno famosi, ma non meno importanti, si possono riportare: la pasta più antica d’Italia, Agnesi, tornò in mani italiane nel ’99, acquistata dalla Colussi dopo essere finita in quelle francesi della Danone. Proprio da Danone, nel 2005, furono riportate in Italia dalla famiglia Pontercorvo le acque minerali Ferrarelle e Boario. Lo storico marchio delle due ruote, la MV Agusta, è stata ricomprata nel 2010 dai fratelli Castiglioni che due anni prima l’avevano ceduta alla Harley Davidson. E due anni fa la Bauli ha rilevato da Nestlé altri due marchi storici, Motta e Alemagna.

Nell’attesa che qualcosa si smuova, molti imprenditori vorrebbero raccontare la loro storia, senza tuttavia possedere le doti narrative e letterarie di Edoardo Nesi. Perché allora non raccoglierle in un grande documento che serva da futura memoria per tutti i lavoratori italiani che nel futuro popoleranno le fabbriche cinesi, ormai estese a macchia d’olio in Italia e in Europa? Forse, chissà, servirebbe a far capire ai nostri governanti che tra vent’anni, un futuro nemmeno troppo lontano, anche loro prenderanno ordini da qualche imprenditore cinese. Se non si inizia a intervenire con decisione.

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