La mezza riforma della finanza comunale

Lunedì, 9 agosto 2010 - 12:17:00

di Gilberto Muraro - lavoce.info

Una riforma, quella della finanza comunale, con cose belle e meno belle, ma tutto sommato positiva. Però  rimane aperta la ferita introdotta dall’abolizione dell’Ici sulla prima casa.
Positiva è la duplice idea di fondo:  di accentuare il peso degli immobili  nella  finanza comunale e al contempo di semplificare  la fiscalità immobiliare. Bene quindi che nel 2014  le imposte sui trasferimenti immobiliari passino ai Comuni e si riducano di peso, anche se  di poco. Non si esageri con la réclame, peraltro. Che si parli di Imu, Imposta municipale unica, divisa in un’Imu  annuale  al posto dell’Ici e di un’Imu sui trasferimenti al posto delle attuali imposte di registro e ipocatastali, è un abbellimento lessicale, non una riforma. Altra cosa sarebbe un percorso, sia pure graduale, verso l’abolizione delle imposte sui trasferimenti  immobiliari e il loro assorbimento in un’imposta annuale, con vantaggi per l’efficienza economica e l’equità fiscale. Circa l’opzionale Imu secondaria, che accorperebbe varie tasse comunali, va pure bene; però attenzione al troppo zelo, perché ci sono tasse utilmente accorpabili  ma ce ne sono anche altre, basate sull’uso individuale dei beni pubblici, che è opportuno e giusto  tenere separate.

LA CEDOLARE SECCA

Che dire intanto della novità maggiore, quella della cedolare secca sugli affitti, che scatta già dal 2011? Ovvi i pro e i contro: un’imposta  proporzionale al posto di una progressiva semplifica il rapporto tributario e in astratto incentiva l’investimento immobiliare da parte dei soggetti più ricchi; ma l’equità del sistema fiscale si abbassa. Nella prima versione -  aliquota per tutti del 20 per cento sull’imponibile attuale, pari all’85% del canone - si trattava di dare una penalità ai meno abbienti e un regalo ai più abbienti che, agli estremi della scala dei redditi, valeva proprio il 20 per cento dell’imponibile; e in più  provocava una caduta di gettito. C’è stato quindi un balletto di varianti  (fino alla sera prima, si dava per sicuro il 25 per cento). La delibera finale del Consiglio dei Ministri  prevede il 20 per cento sul canone pieno, equivalente al 23,5 per cento sull’imponibile attuale, ma  con possibilità di restare in Irpef, liberando  così i meno ricchi da ogni aggravio. La perdita di equità diminuisce rispetto all’ipotesi di cedolare obbligatoria,  ma diminuisce pure la semplificazione: chi non ha pagato la cedolare, non è automaticamente un evasore, potrebbe avere pagato in Irpef, e bisognerà controllare. Circa lo stimolo a maggiori investimenti, c’è del vero, ma molto meno del propagandato. Le locazioni sono frenate dalla giustizia più che dall’economia, ossia dall’incertezza e dai tempi del recupero dell’immobile a fine locazione, più che dall’onere fiscale. Quanto alla lotta all’evasione, che dovrebbe evitare la caduta di gettito, è probabile che questa volta funzioni: grazie alla devoluzione dell’imposta  che accentua l’interesse dei Comuni a stanare gli evasori; ma grazie ancora di più all’inasprimento della sanzione fiscale, che in realtà  nulla c’entra con il federalismo fiscale, essendo adottabile anche nell’attuale fiscalità immobiliare statale.

L’ICI PERDUTA

Rimane invece aperto, come si diceva, il vulnus dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa, che ci differenza dal resto del mondo e trasforma un’estesa minoranza di cittadini in non contribuenti, i quali  avranno tutto l’interesse a chiedere più spesa comunale, che altri pagheranno: il contrario dell’identità tra elettore-contribuente-beneficiario della spesa pubblica, in cui si sostanzia il buon federalismo.

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