Racconti da Davos/ Le lezioni di futuro di Clinton, il discorso da statista di Sarzozy sull’immigrazione
Dal 2009 Alessia Mosca è membro di Young Global Leaders, organizzazione partner del World Economic Forum che riunisce under 40 di tutto il mondo che “si sono distinti per aver investito il proprio tempo e la propria professionalità per un futuro migliore della società”.
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L’incontro con Bill Clinton è stato più emozionante di quanto potessi aspettarmi. Innanzitutto vederlo di persona, potergli parlare per qualche istante e stringergli la mano, mi ha fatto capire ancora meglio perché sia considerato, ancora oggi, uno dei migliori comunicatori al mondo. Tra i politici probabilmente è il migliore. Il tono della voce, i movimenti del volto e delle mani, lo sguardo: un insieme perfetto, e per nulla artefatto, per catturare l’attenzione dell’uditorio, letteralmente rapito dalla sua presenza.
Ci ha parlato di Haiti e del suo impegno in un’impresa gigantesca di organizzazione e coordinamento degli aiuti nell’immediato e, nel medio periodo, per la ricostruzione di un paese raso al suolo. Ho colto nelle sue parole considerazioni una volontà vera di lasciare il segno. Come quando ha detto che ora le prospettive sono due: la disperazione totale e l’opportunità di ri-partenza per un Paese che da decenni stava sprofondando nella rovina e nell’oblio. Ad esempio, un’idea concreta sulla quale lavorare potrebbe essere la chance di usare tutti gli aiuti per la ricostruzione, per progettare un Paese proiettato verso il futuro, al punto addirittura di farne il primo Paese al mondo totalmente autosufficiente da un punto di vista energetico.
Parlando di leadership, dalle parole di Clinton ho colto questi due moniti: per fare bene politica bisogna lavorare molto su se stessi per essere capaci di raccogliere serenamente le critiche che ci vengono mosse, senza bollarle come attacchi personali. Il secondo monito riguarda i giovani: possiedono più tempo nel futuro che nel passato, ha detto, e per questo non deve mai venire meno in loro il senso di responsabilità nel perseguire obiettivi che sappiano guardare al domani, al lungo periodo.
La insistenza sulla necessità di uscire dalla trappola del “presentismo” ho colto nelle parole del presidente francese Nicolas Sarkozy. A suo avviso è stato proprio il deprezzamento dell’avvenire a generare la crisi. La responsabilità è di tutti, ha ricordato, e di tutti è anche la responsabilità del mondo che lasceremo ai nostri figli e ai nostri nipoti. Molto è stato riportato sulla stampa di oggi del discorso di Sarkozy, specialmente in considerazione della sua analisi economica e sulla mondializzazione, sul richiamo a un effettivo ed efficace multilateralismo che impegni tutti a perseguire determinati obiettivi attraverso regole precise.
Tra le tante riflessioni ciò che però mi ha ancor più colpito è stata una considerazione relativa a un tema tanto dibattuto nel nostro Paese: l’immigrazione. Il presidente francese ha offerto un punto di vista alternativo rispetto a quello a cui siamo abituati, ossia che la presenza di nuovi cittadini non deve essere vista come un problema in più, ma come l’occasione per guardare i problemi in modo diverso e trovare soluzioni nuove, un pungolo da parte di popoli più freschi, vitali ed esigenti che può smuoverci dalle nostre spesso atrofizzate posizioni.



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