Wto/ Empasse cindiana. Naufragio al giro di Doha
Di Gianmarco I.P. Ottaviano*
Il negoziato del Doha Round è fallito non sulla questione dell'apertura "tout court" dei mercati agricoli dei paesi in via di sviluppo alle produzioni dei paesi industrializzati, né sulla riduzione dei sussidi agricoli europei ed americani. Il vero motivo del contendere era una la revisione del cosiddetto "meccanismo di salvaguardia speciale" per l'agricoltura. Vediamo di cosa si tratta e di chi è l'effettiva responsabilità di questo insuccesso del WTO. A cominciare dalle lobby dei produttori agricoli nei maggiori paesi industrializzati e nei principali paesi emergenti.
La maratona negoziale del Doha Round a Ginevra è fallita dopo molti giorni (e molte notti) di colloqui incessanti tra i rappresentanti dei 153 paesi membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, World Trade Organization (WTO). Eppure si potrebbe dire che non è andata malissimo. Su 20 punti all’ordine del giorno, i negoziatori hanno trovato l’accordo sui primi 18. Si sono incagliati sul diciannovesimo e non hanno mai affrontato il ventesimo. Purtroppo, però, nei negoziati del WTO vale una regola aurea: non si raggiunge un accordo su nulla se non si raggiunge un accordo su tutto. L’accordo sul 90 per cento delle questioni non è stato quindi sufficiente.
LA SCOMODA EREDITÀ DELL’URUGUAY ROUND
Che cosa riguardava questo fatale diciannovesimo punto? Non riguardava, come scritto e detto ripetutamente, l’apertura tout court dei mercati agricoli dei paesi in via di sviluppo alle produzioni dei paesi industrializzati. Non riguardava la riduzione dei sussidi agricoli europei ed americani. Riguardava, invece, una questione più delimitata, la revisione del cosiddetto “meccanismo di salvaguardia speciale” per agricoltura. Questo meccanismo è un’eredità del precedente Uruguay Round da cui nacque il WTO. Tra le altre cose, gli accordi siglati in quel giro di negoziazione imponevano ai paesi firmatari di convertire i loro contingentamenti sui prodotti agricoli in meno dannosi dazi. Per venire incontro ai timori di possibili sconvolgimenti nella fase di transizione, il meccanismo di salvaguardia speciale prevedeva la possibilità per alcuni paesi di alzare unilateralmente i loro dazi in caso di repentino notevole aumento delle loro importazioni agricole.



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