Portafoglio/ Volete fare soldi in Cina? Puntate sul Renminbi o sul settore immobiliare, ma dopo lo sboom

Sabato, 18 giugno 2011 - 13:00:00

Finirà così: che il ricco e “capitalista” occidente perderà sempre più terreno rispetto all’ex impero “comunista” cinese, che da quando ha scoperto le virtù della libera iniziativa ha ingranato il turbo e, nonostante qualche colpetto ai freni di tanto in tanto, non ha più smesso di correre, arrivando già oggi ad essere la seconda maggiore economia mondiale e preparandosi a superare gli Stati Uniti, se nulla cambierà, nel giro di una ventina d’anni al massimo.

Rispetto a questo trend epocale si capisce dunque come molte aziende, banche e case d’investimento occidentali stiano da tempo cercando il modo di fare affari con Pechino. Ultima in ordine di tempo è Azimut, che ha appena annunciato il lancio di Renminbi Opportunities, un comparto della Sicav lussemburghese Az Fund che investe in depositi bancari in Renminbi (Rmb) e in bond governativi e societari denominati in Rmb con durata finanziaria breve (di poco superiore ai dodici mesi).

Reniminbi Opportunities è il primo fondo Ucitis III in Europa che consente di puntare sulla valuta cinese ed è rivolto in particolare a quegli imprenditori europei che abbiano rapporti commerciali e industriali con la Cina, precisa una nota societaria ricordando come si tratti del primo prodotto nato dopo il recente insediamento del gruppo italiano anche a Hong Kong e Shanghai.

Puntare sul Renminbi (e dunque implicitamente scommettere contro il dollaro e l’euro) può essere un modo per fare soldi sfruttando la forza della crescita economica cinese, che però resta per il momento precluso agli investitori retail (oltre che a imprese che commercino con la Cina il nuovo comparto è infatti rivolto agli investitori istituzionali, con un taglio minimo di 250mila euro, mentre solo in una seconda fase “potrebbe essere aperto al retail” spiegano in Azimut).

Un’altra opportunità oltre all’investimento in fondi comuni o direttamente in azioni cinesi (per chi dispone di un intermediario che consente di operare su tali mercati, cosa peraltro non così diffusa) potrebbe essere quella di investire nel comparto immobiliare, come fatto a suo tempo da molti investitori italiani che puntarono, con successo, su una rivalutazione degli immobili dell’Est Europa dopo la caduta del muro di Berlino.

Il problema in questo caso è semmai quello di azzeccare il “timing” migliore (e di riuscire a superare difficoltà burocratiche, linguistiche e culturali che restano molto consistenti e che sconsigliano di avventurarsi su questo mercato senza l’ausilio di qualche consulente esperto con ottimi contatti in loco). In questo senso un campanello d’allarme giunge dall’agenzia di rating Standard & Poor’s, che giusto oggi ha limato l’outlook dei “real estate developers”, ossia i gruppi cinesi attivi nel campo dello sviluppo immobiliare (i “palazzinari” cinesi, insomma), portandolo da “stabile” a “negativo”.

Il ragionamento di S&P’s è molto semplice: le ulteriori misure restrittive annunciate martedì da Pechino (dal 20 giugno i maggiori istituti di credito cinesi dovranno infatti alzare dello 0,5% le riserve detenute portandole al 21,5% degli attivi) per cercare di piegare un’inflazione arrivata ormai al 5,5%, rischiano di pesare in particolare sul settore immobiliare, che molti considerano da tempo entrato in una “bolla” speculativa. L’avviso di S&P’s giunge a distanza di due mesi dall’analoga decisione di Moody’s di declassare da “stabile” a “negativo” l’outlook del comparto.

Il consiglio è dunque quello di andarci coi piedi di piombo: la crescita cinese resta robusta e non appena l’inflazione sarà piegata le autorità monetarie potrebbero nuovamente allentare le briglie lasciando libere le banche di concedere nuovamente prestiti con maggiore libertà. Ma nel frattempo il rischio che si assista a repentini cali delle quotazioni dei titoli sul mercato azionario oltre che dei prezzi degli immobili è concreto e come sempre in questi casi cercare di “approfittare” di ribassi anche ampi potrebbe essere molto pericoloso, a meno di non intendere il tutto come un’operazione di trading.

Visto però le difficoltà per un privato ad avere accesso in tempi rapidi e con strumenti liquidi sui mercati finanziari (e su quello immobiliare) cinesi, meglio forse lasciar provare a investitori istituzionali, sfruttando semmai il calo delle quotazioni di fondi e Sicav specializzate per iniziare ad accumulare una prima posizione destinata in futuro a rivalutarsi quasi certamente, se non si avrà troppo fretta di acquistare.

Luca Spoldi

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