Portafoglio/ I mercati sono entrati in una fase di consolidamento, il tema dell’exit strategy è un bluff
I mercati finanziari sono entrati in una fase di stabilizzazione e dopo la “sbandata” della passata settimana sembrano intenzionati ad inserire “l’avanti piano”, recuperando eventuali ribassi eccessivi, ad esempio sui titoli delle banche e del settore energia, per poi rallentare e capire meglio quello che succede. L’illusione che passata la grande crisi i mercati potessero solo che correre all’infinito è dunque svanita, ma non si tornerà ai minimi dello scorso anno.
L’opinione è largamente condivisa dagli analisti delle banche d’affari di mezzo mondo e si basa su una serie di fattori, primo tra tutti la conferma (come si è visto anche dal vertice straordinario del Consiglio Ue di giovedì scorso convocato per cercare di risolvere una volta per tutte la crisi del debito della Grecia) che di “exit strategy” molto si parlerà ma poco si metterà in pratica.
Nonostante qualche banca centrale abbia già iniziato ad alzare i tassi (in India) o il coefficiente di riserva obbligatoria per le banche commerciali (in Cina) per evitare una fiammata inflazionistica, nessuno ha voglia (né convenienza) di uccidere una ripresa che ovunque (mercati emergenti a parte) si conferma ogni giorno di più modesta come intensità e diluita nel tempo come effetti benefici (tanto che la disoccupazione resta ovunque il primo problema).
Per calmare i timori dei mercati che dopo decenni di inflazione non sembrano ancora aver capito che il problema, per i prossimi 2-3 o anche 4 anni, sarà semmai come evitare la deflazione (che riducendo prezzi e tendenzialmente gli utili tende a far rinviare ogni investimento e contribuisce a mantenere elevata la disoccupazione), Bernanke, Trichet e Draghi (in predicato di succedere al banchiere francese ai vertici della Banca centrale europea) continueranno a parlare molto della necessità di non procedere ad ulteriori acquisti di titoli di stato, di non fornire o rinnovare ulteriori prestiti a tassi pressoché pari a zero alle banche e in generale della necessità per i governi di tornare su un percorso “virtuoso” smantellando gradualmente incentivi e misure straordinarie.
Nella pratica tuttavia nessuno si sogna di vendere i titoli di stato acquistati né tanto meno gli “asset tossici” fatti uscire alla chetichella dai bilanci delle banche, la liquidità resta non solo più che abbondante ma sostanzialmente congelata nei conti correnti dei singoli istituti presso le proprie banche centrali (quindi funge da garanzia ma de facto non viene impiegata), le banche stesse vanno ristrutturando le posizioni più delicate (a volte garantendo nuovo sostegno, più spesso optando per il fallimento del debitore), mentre i governi rinnovano gli incentivi ridefinendone (e spesso limitandone) la portata quando non fissando un termine perentorio oltre il quale gradualmente gli incentivi stessi vengono ritirati (che si tratti di quelli per l’auto, per l’energia rinnovabile o per l’edilizia).
Consiglio operativo che deriva dallo scenario sopra esposto: è tempo di stock picking, il che comporta di avere molto tempo e capacità di analisi o di selezionare un gestore che lo faccia al vostro posto. Meglio quindi impiegare il proprio tempo per selezionare un buon prodotto o servizio di risparmio gestito che non improvvisarsi trader.
Tra azioni e bond la preferenza va (con prudenza) alle prima, anche se obbligazioni e titoli di stato potranno offrire ulteriori spunti per chi sappia sfruttare qualche momento di debolezza come quello registrato in questi giorni a causa della Grecia per quanto riguarda le emissioni dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, i paesi “periferici” di Eurolandia ma anche un acronimo che suona molto simile a “pigs”, maiali in inglese, ad indicare come non si tratti proprio di paesi noti per il loro virtuosismo fiscale e politico).
Per chi invece vuol dormire sonni tranquilli, finchè questi restano i tassi (e mezzo punto più mezzo punto meno pare lo resteranno ancora per un annetto o due) è più conveniente impiegare i capitali per fare qualche acquisto (ad esempio una prima casa) chiedendo di accendere un contratto di finanziamento a tassi fissi o variabili con un tetto massimo (un “cap” come spesso viene indicato) piuttosto che lasciarli ammuffire in qualche conto corrente (salvo che sottoscriviate qualche offerta promozionale) o, peggio, in Bot o su un fondo monetario o di liquidità (dove finireste col pagare commissioni maggiori).
Luca Spoldi



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