Portafoglio/ Cina, Pechino scoppia
di inflazione e...di salute
Quello che c'è di nuovo, tuttavia, è che se finora chi puntava sugli emergenti lo faceva perché crescevano a ritmi più veloci dei paesi occidentali, accettando di pagare una maggiore volatilità per il rischio che correva pur di cercare di ottenere ritorni più elevati, dopo la crisi economica mondiale i principali paesi emergenti (quelli del G20 per intendersi) appaiono persino più solidi dei "big" occidentali (non solo della Grecia o dei "maialini" europei), dato che mentre i paesi sviluppati hanno disavanzi pubblici vicini o superiori (Usa) al 10% del Pil, molti emergenti "sono vicinissimi al 3% di Maastricht, compresi quasi tutti gli africani".
Se poi si guarda allo stock di debito, "gli emergenti importanti sono tutti sotto il 60% di Maastricht, gli sviluppati sono o saranno tutti molto vicini a 100%, se non sopra, entro un paio d'anni" ricorda Fugnoli, che nota come in cambio del maggior rischio gli investitori dei paesi occidentali non ricevano né tassi d'interesse maggiori né possono sperare in una rivalutazione delle valute (anzi l'idea comune è che lo yuan e le altre principali valute emergenti andrebbero rivalutate contro dollaro, euro e yen).
Per questo continuare come si è fatto finora a detenere il grosso del portafoglio nei paesi sviluppati significherebbe "restare strategicamente in un'area a bassa crescita, con tassi reali a breve negativi e tassi nominali a lungo bassi e con la prospettiva di una graduale svalutazione nei confronti del resto del mondo". La forza degli emergenti, in particolare di quelli asiatici, è del resto comprovata anche dal continuo spostamento di uomini e di mezzi da parte dei grandi gruppi finanziari ed industriali mondiali che con la crisi non solo non hanno tagliato gli investimenti nella regione, ma semmai li hanno accelerati tagliando piuttosto quelli in Europa e Stati Uniti.
Insomma, che siate investitori "coraggiosi" e siate abituati a puntare su strumenti azionari o che preferiate la tranquillità dei titoli obbligazionari, sarebbe opportuno in questa fase storica iniziare a creare, magari approfittando di qualche momento di incertezza, un portafoglio di valute locali in depositi, titoli di stato o qualsiasi altro strumento "lecito e liquido su cui si riescano a mettere le mani".
Un consiglio che vale la pena di seguire prima che, a mo' di contrappasso, all'abbattimento delle barriere valutarie messe in atto dai mercati emergenti si contrappongano nuovi limiti posti dai paesi sviluppati ai propri investitori per cercare di frenare l'uscita di capitali necessari (attraverso un lento processo di ricapitalizzazione volontario o forzato, ad esempio tramite un incremento della pressione fiscale) a ricostruire quei patrimoni che la crisi ha distrutto nel giro di pochi mesi.



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