Portafoglio/ Cina, Pechino scoppia
di inflazione e...di salute
Di Luca Spoldi
A sorpresa l'inflazione cinese rialza la testa a febbraio mettendo a segno un rialzo del 2,7% su base annua rispetto al +1,5% di gennaio e contro il +2,4% atteso mediamente dagli economisti. Un dato che rende incerti i listini asiatici dato che secondo molti indurrà Pechino a rafforzare ulteriormente la stretta sui crediti, portando eventualmente ad un rialzo dei tassi d'interessi ufficiali sullo yuan entro un paio di mesi e ad una rivalutazione dello yuan stesso entro la seconda metà dell'anno.
La notizia a prima vista negativa è, almeno per gli investitori che vogliono scommettere sui mercati emergenti, una notizia decisamente positiva. Si tratta infatti dell'ennesima conferma dello stato di salute di quella che è ormai la prima "locomotiva" dell'economia mondiale. Ma come nota anche Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners, è l'idea stessa di investire in mercati emergenti che merita a questo punto di essere al centro di una "rivoluzione copernicana".
Certo, una premessa è doverosa: non si tratta di un'idea nuova, anzi sono almeno 50 anni che economisti e grandi investitori pensano che gli emergenti possano dare grandi soddisfazioni, ma fino a dieci anni fa questa idea era rimasta confinata, in Occidente, "a ristrette cerchie di investitori dedicati" come ricorda l'esperto di Kairos, per il quale in fondo gli emergenti "sono l'investimento concettuale per antonomasia".
Un po' come internet tra il 1998 e il 2000, o le energie rinnovabili, o l'acqua sempre più preziosa, il riciclaggio dei rifiuti, i ricoveri per gli anziani: tutte cose "degnissime, che al prezzo giusto possono essere effettivamente buoni investimenti e che però vengono puntualmente proposte nel momento sbagliato". Meglio dunque essere prudenti e non decidere di investire solo perché è "di moda" o perché uno o più "guru" lo consigliano apertamente da alcuni mesi (arrivando puntualmente tardi, quando, appunto, la Cina e altri paesi emergenti potrebbero avere necessità di tirare un poco il freno per non surriscaldare troppo l'economia).



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