Portafoglio/ Banche europee sempre in affanno, meglio investire in Bot e Cct o fare stock picking

Mercoledì, 25 maggio 2011 - 11:13:00

Continua il momento difficile per il settore bancario europeo, dopo che ieri sera l’agenzia di rating Fitch ha ridotto il rating di “issuer default” (Idr) di lungo termine su 5 istituti greci (National Bank of Greece, Efg Eurobank Ergasias, Alpha Bank, Piraeus Bank e Agricultural Bank of Greece) mettendo gli stessi in “rating watch” con implicazioni negative e dopo che stamattina Moody’s ha messo sotto osservazione il rating i 14 istituti britannici, tra cui Royal Bank of Scotland, Lloyds Banking Group, ma anche Bank of Ireland e Santander UK.

Ma la notizia forse più importante per i mercati (e sicuramente per gli investitori italiani) è quella relativa alla decisione di Standard & Poor’s, che dopo aver messo “sotto tiro” l’outloook sul rating della Repubblica Italiana (portato da stabile a negativo nel fine settimana) ha offerto un “bis” tagliando da stabile a negativo anche l’outlook sul merito di credito di quattro istituti: Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Bnl (gruppo Bnp Paribas) e Findomestic, ritenute “a rischio” in quanto fortemente dipendenti dal mercato domestico.

Non solo: se a distanza di un anno la Grecia non riesce ancora a finanziarsi sui mercati a tassi accettabili ed anzi vede i propri titoli di stato toccare nuovi record sia di rendimento sia in termini di spread rispetto ai Bund tedeschi di pari durata, tanto che oggi il governo di Atene ha annunciato il varo di un programma di dismissioni e privatizzazioni che dovrebbe portare nei prossimi 4 anni 50 miliardi di euro nelle casse dello stato (per poter poi rimborsare gli aiuti ricevuti da Ue e Fmi), il rischio di ulteriori svalutazioni per le principali banche europee resta concreto, specie se “l’effetto-contagio” diventasse più di un’ipotesi.

Il Financial Times ha provato ieri a dare qualche numero basandosi sui risultati di uno studio del Peterson Institute effettuato su una ventina dei principali istituti europei: se l’esposizione verso i titoli di stato irlandesi è contenuta (meno di 10 miliardi di euro), così come quella verso il Portogallo (una decina di miliardi), verso la Grecia è appena rilevante (attorno ai 16-18 miliardi), mentre è già più importante l’esposizione verso la Spagna, che supera i 20-22 miliardi di euro. Ma è l’Italia, finora ritenuta un emittente sufficientemente affidabile e in grado di offrire buoni rendimenti, che potrebbe rappresentare per la speculazione il “bersaglio grosso”: l’esposizione è infatti valutata in almeno 100 miliardi di euro.

Così cosa deve fare un investitore? Dipende dal proprio grado di avversione o attrazione per il rischio (e quindi per i rendimenti potenzialmente associati allo stesso). Chi non vuol correre troppi rischi farà bene a evitare sia i titoli azionari sia obbligazionari dei PIIGS europei, limitando anche l’investimento nei titoli del Tesoro italiano alle emissioni a tasso variabile o in quelle a breve scadenza (CCTeu e Bot), privilegiando semmai l’investimento in titoli che non dovrebbero risentire della crisi del credito anche nell’ipotesi peggiore o semmai apprezzarsi (assieme al dollaro che in questi casi recupera terreno contro l’euro anche se molti analisti continuano a vederlo debole a medio termine) come le azioni di compagnie quali Eni, Stm, Bulgari o Luxottica solo per citarne alcune italiane.

Chi invece vuole provare il brivido del trading può sfruttare un meccanismo che di solito funziona così: quando un’agenzia di rating o un’importante banca d’affari taglia il giudizio su un settore (a livello continentale o di singolo paese) di solito tutti i principali titoli di quel settore perdono quota. Poi alle vendite “settoriali” possono subentrare vendite “per paese” che colpiscono anche settori legati a quello incriminato, in questo caso quei settori a maggiore intensità di capitale che potrebbero risentire di un rialzo dei tassi o dei costi di finanziamento, come il comparto industriale, ovvero di un restringimento del reddito disponibile, come i produttori di beni di consumo, o anche del risparmio, dunque i titoli dei servizi finanziari legati al risparmio gestito.

Infine i grandi investitori passano al setaccio l’andamento delle singole banche (e aziende) per capire chi risentirà maggiormente di uno stato di crisi e chi invece “virtuosamente” riuscirà a evitare danni o semmai saprà offrire prodotti e servizi in grado di registrare un buon andamento delle vendite proprio grazie alla crisi, dimostrando un comportamento “anticiclico” (è il caso, per il settore dei trasporti, di Rihag, il ricambista prossimo al debutto sul listino di Milano che guadagna proprio quando rallenta l’andamento delle vendite di auto nuove e cresce quello di auto usate). E’ la cosiddetta attività di “stock picking”, con la quale i gestori selezionano i titoli migliori presenti sul mercato.
 
Sfruttando questo meccanismo, che non avviene istantaneamente ma richiede alcuni giorni o settimane prima di essere completato, un investitore particolarmente rapido e attento può posizionarsi su qualche titolo che inizialmente perde terreno insieme ad altri del suo comparto o della sua nazione ma ha le carte in regola per risalire di lì a poco, staccandosi dal gruppo e offrendo performance a volte anche a due cifre decimali nel giro di poche settimane ai suoi fortunati investitori. Che così ottengono la giusta (ma non per questo scontata) ricompensa del rischio che hanno accettato di correre invece di rifugiarsi nei più tranquilli strumenti del mercato monetario.

Luca Spoldi

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