Portafoglio/ Anche la finanza islamica è in crisi, mentre molti fondi sovrani volgono le spalle all'Occidente
Questi ultimi sono titoli di credito/debito legati, in base alla sharia (ovvero la legge islamica), ad una operazione economica o ad un ben identificata attività, secondo il principio della finanza islamica per cui il denaro non è un asset di per sé, ma solo un nozionale, ossia una unità di misura del valore di attività reali e concrete. Per molti tale principio sarebbe stato alla base dell'apparente non coinvolgimento della finanza islamica nella crisi finanziaria mondiale, avendo evitato l'investimento in attività particolarmente a rischio come gli strumenti derivati e i finanziamenti "subprime" la cui implosione ha dato il via un paio d'anni fa alla crisi tuttora in corso.
Tuttavia il fatto che la crisi col passare dei mesi si sia trasformata in una crisi economica reale ha finito non solo col deprimere il valore degli investimenti di Dar, come appunto quello in Aston Martin, ma con l'impedirne il rifinanziamento delle proprie attività e del proprio debito. Ora Dar sta cercando con l'aiuto del Credit Suisse di ristrutturare tale debito, eventualmente anche attraverso alcune cessioni (per il momento è stata esclusa l'uscita da Aston Martin).
Per quanto ormai gli asset di Dar (che è stata sospesa dalle quotazioni del listino di Kuwait dopo aver perso il 90% del proprio valore lo scorso anno) dovrebbero valere solo più 250 milioni di dollari rispetto ai 4,9 miliardi che ancora si stimava valessero nel settembre dello scorso anno, difficilmente i suoi creditori (a differenza di quanto avvenuto in occidente ad esempio per Chrysler) se la sentiranno di opporsi alla proposta che verrà loro presentata e di ricorrere ai tribunali del Kuwait.



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