Portafoglio/La tempesta sui titoli di stato non è passata, per stare tranquilli puntate sul CctEu 2018

Sabato, 7 gennaio 2012 - 13:00:00
soldi

Chi si era illuso che il nuovo anno portasse a qualche novità positiva sul fronte della crisi del debito europeo deve disilludersi: nonostante la profusione di dichiarazioni rassicuranti, provvedimenti “draconiani”, Btp Days e quant’altro, gli investitori istituzionali (esteri quanto meno) non hanno la minima intenzione per ora di tornare ad acquistare titoli di stato italiani.

Se lo fanno e quando lo fanno (in asta, essendo ormai il mercato secondario del tutto disfunzionale con la sola Bce ad agire da acquirente per importi meno che risibili a fronte di un’abbondanza di potenziali venditori) si limitano a rinnovare titoli a breve per operazioni di tesoreria che consentono a banche e intermediari finanziari di sfruttare il “carry trade” consistente nella possibilità di lucrare la differenza tra il costo della raccolta (fissato all’1% per i prossimi tre anni per le banche che hanno preso parte alla prima emissione di liquidità a lungo termine della Bce, che offrirà un “bis” a febbraio) e il rendimento dei titoli (il Bot a 12 mesi ha pagato il 3,2% a fine anno).

Il che significa che per ora i Btp italiani sembrano destinati a mantenersi sui livelli elevati delle ultime settimane, francamente insostenibili a medio-lungo termine, col Btp a 2 anni che è tornato a rendere quasi il 5% lordo annuo, quello a 5 anni attorno al 6,25% e quello a 10 anni saldamente sopra il 7% (mentre lo spread coi Bund decennali tedeschi nonostante ripetuti tentativi non riesca a riportarsi stabilmente sotto il 5% ed anzi tende a risalire verso i 520-530 punti base).

Secondo molti osservatori, tra cui gli esperti di Royal Bank of Scotland, il problema è che si è perso sinora troppo tempo in chiacchiere e, sotto la spinta della Germania e della sua convinzione che solo il rigore di bilancio sia la strada per salvare l’Europa dalla crisi del debito, si è rinviata l’adozione di misure più incisive come l’emissione di Eurobond comunitari o l’attribuzione alla Bce dei poteri di prestatore di ultima istanza senza la necessità che Eurotower fornisca liquidità alle banche che poi solo in parte la utilizzano per sottoscrivere in asta quei titoli di stato che la stessa Bce può solo comprare, per importi limitati, sul mercato secondario.

Un’opinione condivisa tra l’altro dal commissario olandese (e governatore della banca centrale d’Olanda) Klaas Knot, che ha dichiarato pubblicamente che “il principale ostacolo al finanziamento di un fondo europeo d’emergenza che aiuti a porre fine alla crisi del debito dell’area è la Germania, non l’Olanda”, quasi a voler prendere le distanze da Berlino, ormai isolata nella sua “torre d’avorio”. Per Knot infatti le autorità europee finora “non sono andate nella giusta direzione ed è chiaro che le misure necessarie stanno materializzandosi troppo lentamente e per dimensioni troppo limitate”, per cui ora “è necessaria una significativa accelerazione nel processo decisionale”.

In attesa che una soluzione realmente convincente si materializzi e sempre che la Germania e pertanto l’Europa non decidano definitivamente che è meglio sopportare un decennio “giapponese” senza crescita, con elevata disoccupazione nei paesi periferici e una domanda in crescita nei paesi “core” che riequilibri gradualmente gli squilibri di bilancia dei pagamenti accumulatisi negli ultimi 10-15 anni a vantaggio degli stessi paesi “core”, che deve fare un investitore prudente abituato per anni a lucrare un dignitoso interesse sui propri titoli di stato?

Se la finalità dell’investimento è difendersi dal rischio, meglio parcheggiare i capitali in Bund o al limite in Bot a sei o dodici mesi (visto che il Tesoro non sembra per ora intenzionato a proporre nuove emissioni a tre mesi), se invece si è propensi a un moderato rischio per cercare di migliorare il rendimento del proprio portafoglio si può guardare o ai T-bond americani a 10 anni (che ormai rendono poco, appena il 2% lordo annuo, ma possono sfruttare l’eventuale rivalutazione del dollaro in caso di ulteriori cedimenti dell’euro) o con prudenza ai Btp italiani anche solo limitandosi a durate tra i 2 e i 3 anni che, come detto prima, comunque consentono di portarsi a casa rendimenti tra il 5% e il 6% e che potrebbero, in caso di recupero dei mercati, fornire l’occasione per qualche trading di breve periodo (cedendo i titoli ogni qual volta vi fosse un guadagno superiore al rendimento annuo, per poi riacquistarli in caso di ulteriori cedimenti).

Se poi non volete dover passare troppo tempo a controllare prezzi e quotazioni o magari volete solo proteggervi da un eventuale rincaro di un prestito indicizzato (ad esempio un mutuo a tasso variabile legato all’Euribor, in questi giorni ulteriormente calato per le aspettative di nuovi tagli dei tassi ufficiali da parte della Bce da qui a primavera) potete sempre puntare sui CctEu (indicizzati appunto all’Euribor a 6 mesi): l’ultima asta a fine anno ha visto l’undicesima tranche dell’emissione scadenza 2018 assegnata ad un rendimento medio lordo del 7,42% al prezzo di 76,75. Da allora sul mercato il titolo è rimasto stabile nonostante le piroette registrate dai Btp, offrendo una buona protezione ai capitali dei suoi sottoscrittori senza neppure l’ansia di dover seguire giorno per giorno l’andamento delle quotazioni.

Luca Spoldi



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