Portafoglio/ Ottobre nero. Ora è tempo di comprare
Era dall’ormai lontano 1987 che non si registrava un ottobre così pesantemente negativo per i listini azionari e per Wall Street in particolare. La più grande borsa mondiale stretta tra i timori di una recessione mondiale i cui segnali si fanno sempre più evidenti e diffusi, negli Usa come in Europa o in Asia, e gli ulteriori annunci di salvataggi o ricapitalizzazioni, ha visto l’indice Dow Jones perdere il 14%, mentre l’S&P500 e il Nasdaq sono finiti in rosso del 17%
Del resto anche se con meno clamore la crisi finanziaria continua a mietere le sue vittime, con la Freedom Bank che in Florida è stata proprio ieri la diciassettesima banca a chiudere i battenti per fallimento da inizio anno; per questo nonostante gli sforzi delle autorità, che continuano a irrogare liquidità a pioggia sul mercato e a ridurre i tassi (l’ultima a sorpresa è stata la banca centrale indiana stamane, che ha portato il tasso di sconto dall’8% al 7,5%, mentre ieri la Banca del Giappone aveva limato allo 0,3% il costo del denaro, di fatto tornando alla politica dei tassi a zero seguita fin dagli anni Novanta) i mercati restano a dir poco nervosi.
Lo si nota non solo dai bilanci negativi dei vari listini mondiali, quanto dal fatto che il mercato del debito corporate è fermo: sempre negli Usa tre i principali emittenti privati, ovvero Citigroup, Jp Morgan Chase e Bank of America, nelle ultime tre settimane non hanno emesso neppure un dollaro di nuove obbligazioni. Una situazione anomala, se è vero che Barclays Capital lo scorso 20 ottobre aveva stimato che le banche statunitensi avrebbero potuto collocare fino a 600 miliardi di dollari di bond da qui al 30 giugno, sfruttando la prevista garanzia fornite fino a tale data dal governo di Washington attraverso la Federal Deposit Insurance. Quasi 100 miliardi di dollari di emissione al mese, insomma, di cui finora non c’è alcuna traccia.
Se l’epicentro della crisi resta negli Usa, neppure l’Europa e l’Asia sono al riparo: a parte i mercati emergenti, che in queste settimane hanno visto una fuga degli investitori e la chiusura dei carry trade con cui fino al mese scorso le banche stavano tentando di recuperare parte delle perdite accumulate in questi mesi, i principali mercati azionari mondiali hanno nel loro complesso registrato perdite di poco inferiori al 20%, come testimonia l’indice Msci che appunto fotografa l’andamento delle 23 principali borse mondiali e che in ottobre ha collezionato il peggior risultato mensile dal 1970.
Risultato che se non fosse stato per i recuperi importanti dell’ultima settimana avrebbe potuto essere anche peggiore. L’unico segnale confortante è semmai proprio questo, che da situazioni di forte ipervenduto e dopo sedute dominate dal panico si sia tornati a comprare. Lo fanno gli investitori istituzionali ma lo fanno anche, attraverso operazioni di finanza straordinaria come fusioni e acquisizioni, le stesse società, come nel caso della fusione di Delta e Northwest Airlines da miliardi di dollari che ha dato vita alla nuova maggiore compagnia aerea mondiale (per la quale si prevedono ricavi pari a 35 miliardi di dollari nel 2009).
Potrebbe dunque essere venuto il momento di comprare, almeno per chi ha le competenze e l’abitudine ad assumersi il rischio di simili investimenti, come nel caso dei fondi di private equità. L’unica regola che resiste immutata da secoli sui mercati di borsa, ma non solo, è infatti quella secondo cui per fare utili da una transazione occorre comprare bene. A vendere bene c’è sempre tempo, se non si è rischiato troppo e non si sono utilizzate leve finanziarie eccessive.



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