Pmi, levata di scudo
di Tommaso Di Tanno*
I dati annunciati sull’esito dello “scudo ter” parlano chiaro: il suo proponente – uno sconosciuto parlamentare della maggioranza – ha avuto ragione. Sono stati sanati 95 miliardi di euro e l’erario ha conseguito un gettito supplementare di 4,75 miliardi senza aumentare le tasse. Se ci si fermasse qui, si potrebbe concludere che la manovra, pur disdicevole nei suoi contenuti, è stata un grande successo.
NUMERI IN CERCA DI CONFERME
Sennonché il ministro dell’Economia, che non ha proposto la misura e che anzi diede all’epoca a intendere di averla incolpevolmente subita, dichiara di intravedere, oggi, in questi eventi la più grande manovra economica degli ultimi tempi (non si capisce se intenda degli ultimi 150 anni o gli bastano quelli del dopoguerra). E fa questa affermazione riferendo un dato assai significativo: sono rientrati in Italia ben 93,1 miliardi di euro, visto che i “rimpatri effettivi” avrebbero costituito il 98 per cento delle attività complessivamente sanate.
L’enfasi è un po’ vanagloriosa, ma i numeri – ha ragione il ministro – sono davvero significativi. Pur mantenendo un giudizio negativo per il messaggio che operazioni come lo “scudo” contengono, non può negarsi che, se confermato, il dato degli oltre 93 miliardi incide in misura rilevante sullo stato dell’economia italiana. Occorre, allora, innanzitutto, che i valori in questione vengano confermati, smentendo le perplessità avanzate al riguardo. Lo scetticismo sulle cifre nasce da un possibile equivoco sull’uso del termine “rimpatrio effettivo”, espressione del tutto atecnica. I rimpatri infatti potevano essere di due tipologie: rimpatrio “fisico” (spostamento fisico dall’estero verso l’Italia) che poteva riguardare tutto ciò che è amovibile: titoli, partecipazioni, gioielli, quadri, auto, yacht, eccetera. E rimpatrio “giuridico” (i beni restano dove sono) che poteva riguardare – oltre a ciò che è amovibile – anche ciò che non può essere fisicamente spostato, come gli immobili. Mentre, dunque, per gli immobili non può aversi altro che rimpatrio “giuridico”, per i beni amovibili erano consentite, nei fatti, entrambe le soluzioni, sia il rimpatrio “fisico” che quello “giuridico”. Se, dunque, dei 95 miliardi sanati ne sono stati davvero fisicamente rimpatriati ben 93,1, consegue che le “regolarizzazioni”, che è la terza modalità di sanatoria, con le attività finanziarie possedute in qualsiasi paese diverso dai paradisi fiscali e scudate che restano dove sono, e i “rimpatri giuridici” hanno fruttato solo 1,9 miliardi. Possibile?
PMI E CAPITALIZZAZIONE
La ricerca di conferme di questi dati, peraltro, non deriva solo da un maniacale gusto del dettaglio. Se verranno confermati bisognerà, infatti, interrogarsi su quali destinazioni avrà questa davvero ingente ricchezza aggiuntiva. E anche se essa non sia tale da produrre significative alterazioni alle proiezioni dell’economia italiana. Insomma: se la ricchezza circolante in Italia aumenta di 93 miliardi di euro, cioè il 6 per cento del Pil, possibile che non ci sia nessun effetto sui dati di bilancio pubblico? Ministro e vari esponenti della maggioranza hanno lasciato spesso intendere che tali risorse sarebbero state disponibili per sostenere l’economia italiana, specie quella delle Pmi. L’Agenzia delle Entrate ha messo nero su bianco che le eventuali nuove capitalizzazioni delle Pmi non sarebbero state guardate con occhio speciale (cioè sospetto) da parte del Fisco, per tranquillizzare quei possibili utenti dello scudo che, poi, avessero inteso utilizzare le risorse scudate proprio per sostenere le imprese in questione.
I primi testi di legge sullo scudo ipotizzavano una doppia aliquota: una, più elevata, per patrimoni scudati e senza alcun vincolo di destinazione. Una seconda, più contenuta, con impegno a destinare tutto o parte del relativo ammontare alla sottoscrizione di titoli pro-Abruzzo. Poi si ipotizzò un collegamento fra i capitali scudati e la capitalizzazione agevolata delle Pmi. Entrambe le ipotesi, tuttavia, caddero per presunti impedimenti di ordine comunitario, certo esistenti, ma negoziabili. Ma allora perché non rendere, oggi, più incisivo almeno l’articolo 5, comma 3-ter, del decreto legge 78/2009 che garantisce un davvero troppo modesto beneficio a coloro che capitalizzano la propria impresa e che scade il 5 febbraio prossimo? Il miserabile beneficio attuale – 3mila euro l’anno per cinque anni per un aumento di capitale di 500mila euro – potrebbe essere allargato quantomeno di un importo corrispondente all’incremento di gettito che si consegue con l’utilizzo dei famosi 93 miliardi di nuova base imponibile in ordinarie attività finanziarie. Per dire: ipotizzando un rendimento medio lordo del 3 per cento, il gettito aggiuntivo è dell’ordine di 350 milioni. Insomma: se i 93 miliardi sono veri, da essi dovrebbe derivare uno stabile incremento della base imponibile sia per la formazione di redditi di capitale, sia di redditi di natura fondiaria, per la ricchezza scudata e destinata all’acquisto di immobili.
RICCHEZZE ANCORA NASCOSTE
Che dire, infine, della ricchezza occulta ancora esistente all’estero visto che lo scudo è stato utilizzato, perlopiù, per sanare situazioni di piccolo cabotaggio ? Le dichiarazioni degli intermediari finanziari sono univoche nell’attribuire valori medi molto contenuti agli attuali “scudanti”, dell’ordine di 600mila euro ciascuno. Il che vuol dire che si trattava di patrimoni tendenzialmente statici, cioè accumulati con evasioni fiscali del passato ma, probabilmente, non più utili per perpetrare ulteriori situazioni di vantaggio. I patrimoni di maggiori dimensioni non hanno ritenuto, invece, evidentemente, di essere davvero in pericolo essendo nascosti sotto strutture più sofisticate. Tuttavia, potrebbe significare anche che esse non sono affatto statiche, ma attive e servono a perpetrare le situazioni di vantaggio – leggi abbattimento illecito dell’imponibile in Italia – per le quali sono state costituite. Per affrontare questo fenomeno non è lo scudo lo strumento giusto: occorre solo potenziare le funzioni di intelligence e la capacità operativa dell’amministrazione finanziaria, anche in coordinamento con strutture di altri paesi che si dicono vogliose di collaborare, a cominciare dalla Svizzera.
*da lavoce.info



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