Indicatori statistici/ Un futuro senza il Pil
Se l’utilizzo del Pil avesse semplicemente il difetto di farci classificare i diversi paesi in modo non corrispondente al loro effettivo benessere sociale, i "costi" generati dal suo utilizzo sarebbero assai ridotti, e perderebbero anche un po’ di mordente le critiche che ad esso vengono rivolte. Il problema si fa ben più serio se l’utilizzo del Pil ha come difetto principale non quello di condurre a misurazioni distorte del benessere ma quello di impedire al benessere di raggiungere livelli più elevati; dunque, siamo di fronte ad un effettivo ostacolo, non soltanto ad un misuratore largamente imperfetto. Se di questo si tratta – e vi sono molte ragioni per pensarlo – prolungare l’utilizzo del Pil significa porre a carico della società "costi" non irrilevanti in termini di perdita di benessere. Possono, dunque, esservi buoni motivi per classificare come urgente la questione, all’apparenza assai radicale, di "vivere senza il Pil".
Questo problema , salvo rare eccezioni come nel caso di van den Bergh, è stato sin qui largamente ignorato. Esso, tuttavia, merita approfondimento e attenzione. Il Pil orienta non soltanto scelte e decisioni pubbliche, ma anche comportamenti privati. Le decisioni pubbliche possono, a loro volta, essere distinte in decisioni automatiche e discrezionali. Le prime sono quelle sulle quali maggiormente dovrebbe appuntarsi una riflessione critica. Si pensi, per fare un esempio noto ma non certamente unico, al Patto europeo di stabilità e crescita che – al di là delle violazioni cui è andato incontro – costringe i deficit pubblici entro una percentuale definita del Pil. Pur senza mettere in discussione la necessità di una disciplina della spesa pubblica ci si può chiedere perché questa disciplina debba imporla il Pil e non un indicatore più significativo del benessere sociale. Naturalmente anche le scelte discrezionali orientate al Pil rischiano di produrre effetti distorti sul benessere, ma in questo caso si può ipotizzare che altre variabili possano, almeno in linea di principio, correggere la distorsione causata dal Pil, cosa che invece non può avvenire quando siamo di fronte a meccanismi decisionali automatici.
Con riferimento ai comportamenti privati, si pensi agli effetti che la pubblicazione dei dati, soprattutto prospettici, sulla crescita del Pil può avere sulle decisioni di investimento, produttivo e finanziario, e sulle decisioni di consumo e di risparmio. A loro volta queste decisioni possono incidere in vario modo su dimensioni del benessere non rilevate dal Pil eppure decisive per la qualità della vita di molte persone. Questi problemi, come sottolinea van den Bergh, sono concettualmente ben identificabili: il Pil fornisce informazioni distorte sul benessere e, quindi, "distorce" i comportamenti rispetto all’obiettivo di rendere massimo il benessere. Si tratta, dunque, di una sorta di fallimento informativo.



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